Caterina Fort, detta Rina è conosciuta per essere stata una delle assassine più spietate d’Italia. Nata nel 1915 a Santa Lucia di Budoia, in provincia di Pordenone, la sua storia è molto più controversa e complessa di quanto si sia lasciato spesso supporre. Noi l’abbiamo raccontata nel nostro podcast Pink Blood e qui te la riproponiamo brevemente. Ecco la storia della donna che i giornali dell’epoca soprannominarono “la Belva di via San Gregorio”.

Rina Fort: una vita segnata dal dolore

Rina cresce in una famiglia che la ama ma vive un’esistenza costellata di tragedie: il padre morì durante un’escursione in montagna nel tentativo di salvarle la vita; il suo primo amore morì di tubercolosi poco prima del matrimonio e dopo averle portato via la verginità; poi si scoprì affetta da una precoce sterilità. A 22 anni si risposò con un compaesano, Giuseppe Benedet, che già il giorno delle nozze diede segni di squilibrio destinati a degenerare in una notte in cui la incatenò al letto, si mise la sua biancheria intima e la seviziò durante fino alle prime luci dell’alba. Ottenuta la separazione e ripreso il cognome da nubile, Rina Fort si trasferì a Milano dalla sorella dove a 30 anni conobbe Giuseppe Ricciardi.

Il grande amore di Rina: Giuseppe Ricciardi

Giuseppe Ricciardi è stato il grande amore di Rina; era anche il suo datore di lavoro. Giuseppe aveva moglie e tre figli a Catania, ma la sua storia con la Fort si sviluppò al punto che lui promise di sposarla e la presentò ufficialmente agli amici. Nell’ottobre del 1946 Franca Ricciardi decise di raggiungere con i figli il marito a Milano, dopo averlo scoperto, e porre fine all’idillio. La Fort in un primo momento reagì bene: si licenziò, continuò a negare con la moglie la relazione e ad inviare vestiti per i figli in segno di pace. Un giorno, poi, per motivi che non sono mai stati chiariti, si è consumato il dramma.

Il delitto di via San Gregorio 40

Il 29 novembre dello stesso anno si recò in Via San Gregorio a Milano dove vivevano ormai stabilmente i Ricciardi e li uccise tutti (fatta eccezione per Giuseppe che in quel momento era in viaggio). Indagata per l’omicidio confessò subito: “Quella sera vagavo senza meta quando, all’altezza di via Tenca, automaticamente voltai a destra ed entrai nello stabile numero 40 di via San Gregorio, attraversai l’interno dell’andito, salii al primo piano e bussai alla porta d’ingresso della famiglia Ricciardi. La signora chiese chi fosse, poi aprì la porta. Entrai porgendole la mano ed ella mi salutò cordialmente. Ricordo che reggeva in braccio il piccolo Antoniuccio. Mi introdusse in cucina facendomi sedere, mentre gli altri due bambini giocavano fra loro. Appena seduta avvertii un lieve malessere, tanto che la signora Pappalardo mi diede un bicchiere con acqua e limone. Quindi ella volle chiarire la stranezza della mia visita: «Cara signora» – disse – «lei si deve metter l’animo in pace e non portarmi via Pippo, che ha una famiglia con bambini. La cosa deve assolutamente finire, perché sono cara e buona, ma se lei mi fa girare la testa finirò per mandarla al suo paese». Preciso che prima di porgermi il bicchiere la signora depose il bambino sul seggiolone e dopo aver parlato mi portò dalla cucina una bottiglia di liquore allo scopo di offrirmi da bere. Quindi ritornò nella camera da pranzo per prendere un cavatappi, non avendolo trovato in cucina. A questo punto, mentre la Pappalardo era nella stanza da pranzo, ruppi il collo della bottiglia di liquore e ne versai in abbondanza. Accecata dalla gelosia dalle parole poco prima rivoltemi dalla Pappalardo, oltre che eccitata dal liquore, mi alzai andandole incontro. Giunta nell’anticamera l’incontrai mentre tentava di venire in cucina. Alla mia vista essa si spaventò, indietreggiando, mi avventai sopra di lei e la colpii ripetutamente alla testa con un ferro che avevo preso in cucina e di cui non sono in grado di precisare le dimensioni. La Pappalardo cadde tramortita sul pavimento, io continuai a colpirla. Il piccolo Giovannino, mentre colpivo la madre, si era lanciato in difesa di lei afferrandomi le gambe. Con uno scrollone lo scaraventai nell’angolo destro dell’anticamera e alzai il ferro su di lui: alcuni colpi andarono a vuoto e colpirono il muro, altri lo raggiunsero al capo. Preciso di aver abbattuto prima Giovannino; poi entrata in cucina, colpii la Pinuccia; ad Antoniuccio, seduto sul seggiolone, infersi un solo colpo, in testa. Frattanto Giovannino si era alzato dall’angolo dove giaceva, per cui calai su di lui altri colpi, facendolo stramazzare al suolo esanime con la testa presso la porta della cucina. La Pinuccia, colpita in cucina, era caduta riversa accanto al tavolo. Terrorizzata dal macabro spettacolo, scesi le scale e mi portai davanti alla porta del retrostante negozio, subito a destra della scala. Dall’interno il cane abbaiava rabbiosamente. Avrei voluto tornare sul luogo dell’eccidio, ma sbagliai strada e mi ritrovai sui gradini che portano alla cantina. Rimasi seduta sul primo gradino pochi attimi per riprendere fiato, poi risalii le scale dell’appartamento, nel quale le luci erano accese come le avevo lasciate. La signora Pappalardo e i suoi tre figli non avevano esalato l’ultimo respiro. Entrai nella camera da letto, mi tolsi le scarpe e ne calzai un paio del Ricciardi, quelle dalle sette suole. Sulle spalle, sopra il cappotto, mi gettai una giacca, poi aprii diversi cassetti asportando una somma imprecisata di denaro e alcuni gioielli d’oro. Misi a soqquadro la casa intera, non so a quale scopo. Non era ancora morto nessuno: il piccolo respirava, la signora si dimenava, la Pinuccia rantolava. La Pappalardo fissandomi con occhi sbarrati diceva sommensamente: «Disgraziata! Disgraziata! Ti perdono perché Giuseppe ti vuol tanto bene.» Poi soggiunse «Ti raccomando i bambini, i bambini…». Mi chiese aiuto la signora, mentre continuava a dimenarsi. Singhiozzava, poi si mise bocconi. Mi diressi verso la camera da letto e passai su di lei con tutto il peso del mio corpo. Essa non parlava più, ma respirava ancora. Senza rendermi conto di ciò che facevo, rovesciai sul viso delle vittime un liquido, e prima di allontanarmi definitivamente ficcai loro in bocca dei pannolini imbevuti dello stesso liquido. Rimisi quindi le scarpe nel comodino e la giacca al posto in cui l’avevo trovata. Le vittime agonizzavano ancora quando accostai la porta e discesi le scale. Andai a casa, mangiai due uova fritte con grissini. La notte non potei dormire. Il giorno seguente mi recai normalmente al lavoro…”

Il processo e gli ultimi anni di vita

Il 10 gennaio 1950 presso la corte d’assise di Milano incominciò il processo contro Rina Fort, accusata di strage e tradotta dal San Vittore al carcere di Perugia. Quando – come di rito – al termine del dibattimento, le fu data l’ultima parola, Rina Fort se ne uscì con una sorta di amaro, spregiudicato proclama:

«Potrei dire che non ho paura della sentenza. Faranno i giudici. Mi diano cinque anni o l’ergastolo, a che può servire? Ormai sono la Fort!». Venne condannata all’ergastolo.Scontò la pena nel carcere di Perugia fino al 1960, quando per motivi di salute venne trasferita nel carcere di Trani, che godeva di condizioni climatiche più favorevoli e poi a quello di Firenze. Il 12 settembre 1975 beneficiò della grazia dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Visse una vita riservata a Firenze, presso una famiglia che l’aveva accolta dopo la scarcerazione, facendosi chiamare anche Rina Furlan, fino alla morte per infarto il 2 marzo 1988.

 

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