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Christopher Nolan ha vietato gli UGG sul set: il motivo dietro la scelta sorprende tutti

Dettaglio street style di jeans e felpa grigia con scarponcini in shearling beige e scarpe chunky grigie su marciapiede Street style con calzature comode e volutamente ingombranti, tra scarponcini in shearling e scarpe chunky, al centro del dibattito sulle ugly shoes.

Nel 2026, tra passerelle, social e guardaroba di tutti i giorni, il ritorno delle ugly shoes — dalle UGG ai sandali tecnici, fino alle sneakers massicce — conferma una tendenza che la moda rincorre da almeno un decennio: trasformare la bruttezza funzionale in linguaggio estetico, cioè in un segno riconoscibile, commerciabile, perfino desiderabile. Non è una novità assoluta, eppure oggi il fenomeno appare più leggibile: ciò che un tempo apparteneva a nonni, zie prudenti e padri da weekend in periferia è entrato stabilmente nel lessico dello stile giovane, sospinto da una ricerca di comodità, da un gusto post-ironico e da un’idea di lusso sempre meno legata alla forma slanciata.

Dalle scarpe ortopediche all’estetica normcore

La lunga attrazione della moda per il brutto, in particolare per le scarpe ingombranti e quasi ortopediche, ha trovato una svolta nel 2014, quando il New York Magazine rese popolare il termine normcore per descrivere il gusto di vestirsi come persone qualunque: felpe grigie, cappellini anonimi, camicie stampate e calzature pesanti, tonde, pratiche. Solo allora l’“ingombrante e bulboso”, per dirla con una definizione entrata nel dibattito di settore, è diventato qualcosa di più di una stravaganza da passerella.

A rafforzare questa traiettoria ha contribuito anche la crescita del comparto salute e benessere, che ha spinto nel consumo una forma di comodità post-ironica: conta il supporto plantare, conta la stabilità, conta il fatto che la scarpa accompagni il corpo invece di costringerlo. La giornalista Hannah Marriott, sul Guardian, ha parlato della “Fashion’s Ugly Decade”, la decade del brutto nella moda; una definizione ruvida, ma efficace, perché fotografa un cambio di priorità. Oggi un paio di scarpe “sbagliate”, persino tozze, può essere letto come segno di disinvoltura e non più di rinuncia.

Il caso UGG e il divieto di Christopher Nolan

Dentro questa genealogia del gusto, lo stivale UGG occupa un posto a parte. L’editorialista Jacob Gallagher lo ha descritto come una sorta di “patata soffice”, un oggetto che all’apparenza sembra respingere e che invece — complice la cultura pop — è riuscito a diventare un classico. Negli anni Dieci, quando Sadie Frost e Kate Hudson cominciarono a indossarlo con disinvoltura, spesso fuori dai contesti invernali, il passaggio era già compiuto.

Fa eccezione, almeno in parte, il mondo del cinema di Christopher Nolan. Secondo quanto emerso in più occasioni dal racconto di attrici e collaboratori, il regista considera le UGG troppo legate alla contemporaneità, quasi un corto circuito visivo capace di rompere l’illusione scenica sul set. In altre parole, riportano gli attori — e con loro chi guarda — nel presente, mentre il film costruisce un altrove. Anne Hathaway ed Emily Blunt, è stato raccontato, si sarebbero lamentate della scomodità delle calzature di scena rispetto agli stivali in montone; il divieto, però, è rimasto. E Blunt, a riprese finite, ne avrebbe regalato un paio a Nolan. “Sono davvero comodi”, avrebbe poi ammesso lui.

Una storia di comfort, ribellione e mercato

La fortuna delle scarpe comode non nasce dal nulla. Elizabeth Semmelhack, direttrice e curatrice senior del Bata Shoe Museum di Toronto, collega questa preferenza a una reazione ciclica contro decenni di costrizioni estetiche. Negli anni Dieci e Venti del Novecento, per esempio, molte donne legate al movimento suffragista scelsero stivaletti con lacci e punte più larghe, in aperto contrasto con i tacchi stretti e affilati che avevano dominato prima.

Negli anni Settanta, con la diffusione di pratiche come lo yoga e di un consumo più attento al corpo, emerse anche il caso delle Earth Shoe, celebri per il loro plantare morbido: secondo i dati spesso richiamati nella storia del settore, arrivarono a vendere 2,5 milioni di paia. Non era ancora la stagione dell’ugly fashion come la conosciamo oggi, ma il principio sì: la scarpa smetteva di chiedere sacrificio e iniziava a promettere sollievo. Una rivoluzione lenta, e commerciale insieme.

Dai surfisti australiani alle celebrity degli anni Duemila

Per quanto riguarda le UGG, le prime forme riconoscibili risalgono alle spiagge australiane degli anni Settanta, dove gli stivali in montone venivano usati dai surfisti per tenere i piedi caldi e asciutti dopo l’acqua. Nel 1978 il giovane australiano Brian Smith, arrivato a Santa Monica per surfare sulle onde californiane, intuì che quel prodotto negli Stati Uniti non esisteva ancora in modo strutturato. Trovò un investimento, siglò un accordo con il produttore Country Leather e avviò l’importazione; negli anni Ottanta, le UGG erano già diffuse tra surfisti, snowboarder e frequentatori delle località balneari.

Il passaggio da accessorio pratico a oggetto di culto avvenne più tardi, anche sul piano industriale. Nel 1995 Smith vendette il marchio alla Deckers Outdoor Corporation, già proprietaria di Teva, e da lì iniziò una nuova fase: colori pastello, espansione globale, identità sempre meno legata al solo surf. Poi arrivarono le celebrity. Paris Hilton e Nicole Richie le indossavano in The Simple Life; Kate Moss le portava in chiave grunge, spesso volutamente vissute; Sienna Miller le rese parte di un’uniforme anni Duemila fatta di jeans a vita bassa, T-shirt bianca e telefono in mano. Anche Sarah Jessica Parker ne sfoggiò un paio rosso rubino sul set di Sex and the City.

Da lì, il salto definitivo nella moda. Nel 2009 la collaborazione con Jimmy Choo, voluta da Tamara Mellon, tentò di portare le UGG nell’orbita del lusso; seguirono i progetti con Y/Project, Eckhaus Latta, Telfar e Shayne Oliver. Per molti nati negli anni Novanta, restano ancora una scarpa divisiva, quasi il simbolo di un ingresso nell’età adulta borghese e rilassata. Brutte, dirà qualcuno. Ma comode — e oggi basta questo, o quasi, per farne moda.

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