Il Tribunale di Massa ha condannato il Nuovo Ospedale delle Apuane a risarcire con oltre 2 milioni di euro i familiari di una paziente di Carrara, morta nel giugno 2019 dopo un trattamento sanitario obbligatorio eseguito nel gennaio 2018 e seguito, secondo il giudice, da errori nella terapia farmacologica e da un monitoraggio clinico insufficiente. Una vicenda lunga, dolorosa, finita in aula. E adesso nero su bianco, con una sentenza che esclude la fatalità.
Condanna del Tribunale di Massa per responsabilità sanitaria
La decisione è contenuta nella sentenza firmata dal giudice Michele Fornaciari, che ha accolto le conclusioni dei consulenti tecnici d’ufficio nominati dal Tribunale, ritenendo che la gestione del caso si sia discostata dalle buone pratiche assistenziali. Secondo quanto riportato da Il Tirreno, il nodo centrale è il nesso causale tra le omissioni contestate al personale sanitario, la perdita di coscienza della donna, la successiva caduta a terra e il trauma cranico che l’ha poi condotta al coma e infine alla morte. Per il giudice non si è trattato, dunque, di un episodio imprevedibile, come sostenuto dall’azienda sanitaria, ma dell’esito di una catena di errori. Errori precisi, uno dopo l’altro.
Il Tso del 2018 e la caduta in ospedale
I fatti risalgono al gennaio 2018, quando la donna, residente a Carrara, fu accompagnata al Nuovo Ospedale delle Apuane nell’ambito di un Tso disposto per un grave stato di agitazione psicofisica. In ospedale le venne somministrata una terapia sedativa; poco dopo, secondo la ricostruzione riportata negli atti, perse conoscenza e cadde, battendo violentemente la testa. Da lì il trasferimento d’urgenza al Santa Chiara di Pisa, quindi il ricovero nel reparto dei gravi cerebrolesi di Cisanello e, nel maggio 2018, lo spostamento in una struttura sanitaria privata di Viareggio. Non si sarebbe più ripresa: rimase in stato vegetativo fino al decesso, avvenuto nel giugno dell’anno successivo. I genitori e la sorella hanno quindi promosso la causa civile, contestando non solo l’adeguatezza del trattamento, ma soprattutto il mancato controllo della paziente dopo la somministrazione dei farmaci.
Gli errori su aloperidolo, anamnesi e controlli clinici
Il punto più pesante, nelle conclusioni peritali, riguarda la gestione farmacologica. I consulenti hanno rilevato la mancata raccolta dell’anamnesi clinica e farmacologica, passaggio considerato essenziale prima di procedere con una sedazione in un quadro già delicato, e la somministrazione ravvicinata di due dosi di aloperidolo, per un totale di 6 milligrammi in due ore e venti minuti, senza conoscere la storia terapeutica della paziente e senza seguire il principio di prudenza “start low, go slow”. Eppure, osservano i tecnici, era noto il rischio di ipotensione ortostatica associato al farmaco. Solo allora il controllo dei parametri vitali avrebbe dovuto diventare più stretto; invece, secondo la perizia, mancò un adeguato monitoraggio, così come mancò una rivalutazione clinica dopo la terapia. In quel momento, spiegano gli esperti, si è aperto il vuoto assistenziale che ha avuto un peso decisivo nell’esito finale.
Il risarcimento ai familiari e le motivazioni del giudice
Nelle motivazioni della sentenza il giudice scrive, in sostanza, che quelle omissioni integrano veri e propri profili di negligenza assistenziale e che la somministrazione dell’aloperidolo senza le necessarie cautele, unita all’assenza di sorveglianza successiva, ha avuto un’incidenza causale sulla sincope, sulla caduta, sul trauma cranico e poi sul decesso della donna. Il Tribunale ha quindi disposto un risarcimento superiore ai due milioni di euro in favore dei congiunti, riconoscendo sia i danni maturati dalla vittima nel lungo periodo tra coma e stato vegetativo, sia quelli subiti direttamente dai familiari. L’azienda sanitaria, nel corso del giudizio, aveva escluso qualunque responsabilità, sostenendo la tesi dell’evento non prevedibile. Una linea difensiva che, alla luce della consulenza tecnica, non ha convinto il Tribunale. E che oggi lascia una pronuncia destinata a pesare, anche oltre questo caso, sul tema della sicurezza nei Tso e della vigilanza dopo i trattamenti sedativi.
