Arte e cultura

Ragazzi e smartphone: cosa stiamo sbagliando noi adulti, secondo Carlo Verdelli

Adolescente al tavolo in cucina guarda lo smartphone, mentre un genitore usa il telefono e l’altro osserva preoccupato Una scena familiare in cucina mostra la distanza tra genitori e figlio assorbiti dallo smartphone, tema al centro dell’articolo.

Carlo Verdelli si rivolge a genitori, insegnanti ed educatori con Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino, in uscita il 5 febbraio per Einaudi Stile libero, e lo fa per mettere a fuoco, qui e adesso, un nodo che riguarda tutti: l’uso dello smartphone, la dipendenza digitale, il rapporto tra adulti e ragazzi in un ambiente che non conosce pause. Il punto, nel libro, è netto fin dall’inizio: prima di chiedere regole ai più giovani, dice Verdelli, bisogna capire se gli adulti sono davvero pronti a dare il buon esempio.

Il libro di Carlo Verdelli e la sfida agli adulti

In Il diavolo in tasca, Verdelli sceglie una linea diretta, senza troppe protezioni retoriche. Parla della “stupefacente schiavitù” del telefonino, della “droga digitale”, perfino del cosiddetto brain rot, il “marciume cerebrale” legato all’eccesso di consumi online; eppure il bersaglio non sono solo i ragazzi. Sono, prima di tutto, noi adulti, quelli che tengono il telefono in mano a tavola, nelle riunioni, in auto, nelle conversazioni più ordinarie e in quelle di lavoro, quasi fosse una protesi. Se manca questa autocritica, sostiene l’autore, diventa poco utile invocare divieti, rimpiangere il passato o limitarsi a dire che “una volta era diverso”. Il nodo, semmai, è un altro: l’autolimitazione, parola poco di moda ma centrale nel libro.

Regole, scuola e limiti: perché una norma da sola non basta

Secondo Verdelli, non sarà una singola legge a “disintossicare” famiglie e studenti. Il quadro normativo, del resto, esiste già: un regolamento europeo incoraggia gli Stati membri a fissare un limite dei 16 anni, mentre in Italia l’accesso ai servizi digitali può avvenire già dai 13 anni con il consenso dei genitori, e dai 14 anni in modo autonomo. Solo che, nella pratica, il controllo è fragile e spesso saltano sia i filtri sia la mediazione adulta. Per questo il libro insiste sul ruolo di famiglie e insegnanti, chiamati non soltanto a far rispettare le regole, ma a spiegarle, a renderle comprensibili. È un lavoro faticoso, lungo, a tratti persino respingente: presenza costante, verifiche, mediazione. E qualche volta, ammette Verdelli, il controllo rischia di diventare asfissiante e controproducente.

La consegna del cellulare all’ingresso di scuola, da sola, non basta a rassicurare. Il problema resta fuori dall’aula, torna a casa, rientra dalla finestra dei social, dei gruppi chat, delle notifiche continue. In quel momento si misura anche la sensazione di impotenza che spesso prende adulti e docenti. È proprio quella, scrive l’autore, la resa da evitare: perché significherebbe accettare il declino della parola, del dialogo, della concentrazione. E lasciare campo pieno alle grandi piattaforme digitali, “americane o cinesi”, che — osserva Verdelli — “sanno tutti di noi mentre noi non sappiamo niente di loro”.

Anonimato online, cyberbullismo e i numeri che preoccupano

Nel libro trovano spazio anche i dati, e non sono secondari. Verdelli richiama il dibattito emerso al World Economic Forum di Davos, dove il premier spagnolo Pedro Sanchez ha proposto di superare l’anonimato in Rete collegando ogni account a un’identità digitale verificabile. Un’ipotesi che mira, tra le altre cose, a tenere lontani i più giovani da contenuti sensibili o illegali. Il riferimento è anche ai siti porno e al gioco d’azzardo online, ai quali — si legge nel volume — accede il 44,8% degli adolescenti italiani. Nelle democrazie, sostiene Verdelli, l’anonimato rischia di trasformarsi in uno scudo per chi diffonde fake news, incita all’odio o alimenta il cyberbullismo.

Un altro dato citato nel libro riguarda proprio la violenza online: il 37% degli adolescenti sarebbe vittima di episodi di bullismo in Rete. Numeri che riportano la discussione su un piano concreto, perché dietro le percentuali ci sono isolamento, vergogna, ritiro sociale, talvolta gesti estremi. Verdelli ricorre anche a immagini dure: “La droga è reclamata dal corpo, il cellulare dalla testa”. E aggiunge, in sostanza, che lo smartphone può diventare un ago invisibile, non meno invasivo. Un paragone forte, certo, ma che nel libro serve a scuotere il lettore più che a semplificare il problema.

Le riflessioni culturali e le presentazioni tra Milano e Roma

A dare cornice al ragionamento ci sono voci come quella del filosofo coreano Byung-Chul Han, secondo cui il “capitalismo cellulare” riduce gli esseri umani a “bestie da dati e consumi”, e quella di Umberto Galimberti, che riprende un dato sui Paesi Ocse: circa un terzo della popolazione fatica a leggere e comprendere un testo. Da lì il richiamo a Nietzsche — “quando l’umanità diventa un gregge cerca un capo” — che Verdelli usa per collegare la crisi dell’attenzione, il linguaggio impoverito e un’infosfera piena di banalità, falsità e insulti. Non è una tesi nuova, forse. Ma nel libro torna con un’urgenza precisa: se il telefono occupa tutto, poi non basta chiedersi come vietarlo a scuola.

Il volume, 160 pagine, sarà in libreria al prezzo di 16 euro. Carlo Verdelli, nato a Milano nel 1957, lo presenterà venerdì 13 febbraio a Milano con Luciano Fontana alle 18.30 alla Libreria Rizzoli in Galleria, e mercoledì 25 febbraio a Roma con Walter Veltroni, sempre alle 18.30, alla Libreria Spazio Sette Ubik. Due appuntamenti che arrivano dentro una discussione già aperta, e sempre più affollata, su ragazzi e smartphone. Con una domanda semplice, quasi scomoda. Prima di proibire, noi adulti sappiamo ancora limitarci?

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