Al Festival di Giffoni, davanti a una platea di giovani che le chiedeva conto del femminicidio e delle sue radici, Dacia Maraini ha indicato una strada precisa: non bastano regole, carcere e braccialetti elettronici, servono, ha detto, ma il nodo vero resta l’educazione, da introdurre a scuola fin da piccoli. La scrittrice ha risposto così a una delle domande arrivate dal pubblico, riportando il confronto sul terreno che considera decisivo: il rapporto con l’altro, prima ancora delle sanzioni e delle misure di contenimento.
Dacia Maraini a Giffoni: “La violenza si contrasta con l’educazione”
Per Maraini, il tema non può essere ridotto a un intervento penale. “Non si controlla la violenza con le regole, con la prigione, con i braccialetti. Purtroppo anche quelli servono, ma bisogna agire sull’educazione e quindi sulla scuola”, ha spiegato, spostando il discorso dalla risposta repressiva alla prevenzione. In mezzo, ha aggiunto, ci sono le famiglie, con “una dinamica psicologica molto complessa”, e proprio per questo, secondo la scrittrice, l’ambiente scolastico dovrebbe diventare il luogo in cui si impara a riconoscere l’esistenza e il limite dell’altro.
Il passaggio più netto, quasi asciutto, è arrivato subito dopo: per l’autrice dovrebbe essere obbligatoria nelle scuole una formazione “all’altro”, non come formula astratta ma come pratica quotidiana. Non solo norme, dunque. Non solo allarmi. Piuttosto un lavoro culturale precoce, costante, che inizi “fin da piccoli” e provi a incidere prima che il conflitto degeneri in possesso, controllo o violenza.
Il rapporto tra sesso, sentimenti e rispetto dell’altro
Nel suo intervento, Dacia Maraini ha toccato anche il tema dell’educazione sessuale, ma rifiutando una lettura separata e tecnica della questione. “Non è solo educazione sessuale”, ha detto, chiarendo che il sesso “c’entra”, certo, ma insieme a tutto il resto: sentimenti, sensibilità, sguardo verso il mondo. Per la scrittrice, il punto è proprio qui: il sesso non è un compartimento isolato, non può essere sganciato dalla persona e dalla sua formazione emotiva.
Maraini ha parlato anche di un “terrore del sesso” che, a suo avviso, continua a pesare nel dibattito pubblico e nell’educazione. Eppure, ha insistito, il centro non è la censura né la rimozione, ma la capacità di “imparare a stare con l’altro”. Una frase semplice, quasi colloquiale, che al Festival di Giffoni ha trovato ascolto tra i ragazzi in sala. Solo allora il ragionamento si è allargato: la relazione, per essere sana, deve includere rispetto, ascolto e reciprocità. Senza questo, ha lasciato intendere, ogni discussione sul contrasto alla violenza resta incompleta.
Femminicidio e regressione culturale, il richiamo al delitto d’onore
Sul femminicidio, la scrittrice ha usato parole molto nette: “Io credo che sia una forma di regressione culturale”. Non un fatto naturale, non un automatismo legato al sesso maschile. “Non c’entra niente con la natura”, ha precisato, ricordando che per secoli l’uccisione della donna è stata in qualche modo legittimata socialmente e giuridicamente. Il riferimento più diretto è al delitto d’onore, abolito in Italia nel 1981, “non tanto tempo fa”, ha ricordato Maraini davanti ai giovani del festival.
Da qui la sua lettura storica: per lunghi periodi, nella società romana come in quella greca, il controllo sulla donna è stato accettato come normale, perfino tutelato. È questo, secondo Maraini, il punto da non perdere di vista quando si analizza la violenza di genere. Una donna tradita, ha osservato, di solito “piange”, magari “insulta”, ma non pensa di uccidere perché non ha ricevuto nei secoli quella stessa legittimazione culturale. Alcuni uomini, invece — e la scrittrice lo ha detto con prudenza, “per carità non tutti” — possono ancora muoversi dentro un’idea del rapporto segnata da antichi automatismi di dominio.
Il possesso, l’autonomia femminile e la “tragedia culturale”
Maraini ha voluto evitare ogni contrapposizione rigida tra uomini e donne. “Sono assolutamente contraria all’idea che ci sia un mondo di uomini e un mondo di donne separati”, ha detto, rivendicando un criterio individuale: le persone “vanno giudicate una per una” per ciò che fanno. Ma proprio dentro questa distinzione, ha indicato una delle matrici più profonde del femminicidio: l’idea che la compagna sia una proprietà, “la donna mia”, qualcosa che appartiene e non può sottrarsi.
Quando una donna rivendica autonomia, indipendenza, libertà, ha spiegato, alcuni uomini non lo sopportano perché identificano la propria virilità con il possesso. E se lei dice “me ne vado”, lì può aprirsi una frattura: perdita di controllo, smarrimento dell’identità, disperazione. In quel momento, ha osservato la scrittrice, può maturare il gesto estremo. Ma non c’è alcun guadagno, nessuna logica utile. “È una vera tragedia”, ha ricordato: chi uccide finisce in carcere, perde la famiglia, perde i figli, distrugge la vita della vittima e la propria.
La conclusione di Dacia Maraini resta tutta in questa definizione: il femminicidio non è un delitto che produce un vantaggio, ma una “tragedia culturale”. Per questo, ha lasciato intendere da Giffoni, il contrasto non può esaurirsi nelle misure di sicurezza. Servono anche — lo ha ammesso — ma da sole non bastano. La risposta, per lei, passa da scuola, educazione affettiva, riconoscimento dell’altro. Più lentamente, forse. Ma è lì che, secondo la scrittrice, si gioca la partita decisiva.
