Arte e cultura

Addio a Giancarlo Consonni, il poeta che ha lasciato il segno

Taccuino chiuso con occhiali e stampe in bianco e nero su un muretto, con viale urbano e tram sfocato al crepuscolo Un taccuino e alcune stampe abbandonate su un muretto in una strada milanese al crepuscolo, immagine di memoria e assenza.

A Milano, dove viveva e lavorava da anni, è morto venerdì 13 febbraio 2026 il poeta, urbanista e docente Giancarlo Consonni, nato a Merate, in provincia di Lecco, il 14 gennaio 1943: aveva 83 anni e lascia una figura difficile da rinchiudere in una sola definizione, divisa – come diceva lui stesso – tra poesia, città, fotografia, pittura e studio dell’architettura, con un’idea precisa di fondo, quasi morale, quella di prendere la parola solo quando esisteva una vera urgenza del dire e del fare.

Giancarlo Consonni, una vita tra poesia e città

Giancarlo Consonni è stato per decenni una presenza riconoscibile nella cultura milanese e lombarda, non soltanto come autore di versi ma anche come professore emerito del Politecnico di Milano, studioso dell’ambiente urbano e osservatore severo delle trasformazioni della metropoli. “È come se conducessi sette vite in parallelo”, aveva confidato in più occasioni, con quella leggerezza che non cancellava il rigore. Urbanista, storico dell’architettura, polemista civile, fotografo, pittore, lettore di poeti: stava, per usare una sua formula, nel “girotondo delle muse”, senza mai separare davvero i linguaggi. Eppure il centro restava sempre lo stesso: l’idea che la convivenza sociale, le strade, le case, le voci e perfino i silenzi di una città andassero letti come una forma d’arte, fragile e concreta insieme.

La poesia in dialetto lombardo e in italiano

Nella sua opera poetica, costruita tra dialetto lombardo e lingua italiana, Consonni ha cercato un tono quotidiano, vicino all’ascolto e mai compiaciuto, dove le cose minime – un fiore, un animale, un angolo di periferia – aprivano a significati più larghi. Non vedeva il dialetto e l’italiano in opposizione, ma come “due punti di ascolto reciproco”: una definizione che dice molto del suo modo di scrivere, attento all’oralità, al suono, alla voce. Una delle raccolte più note, “Vòs” pubblicata da Einaudi nel 1997, porta nel titolo proprio la parola voce e si divide in una parte rurale e in una cittadina, quasi a tenere insieme le due matrici della sua esperienza. Nei suoi versi, spesso brevi e scabri, restava una tensione sottile tra ironia e malinconia. “Adesso che so dell’usignolo / adesso che so del rampichino / e del silenzio verso sera / so quello che basta al giorno”, scriveva, traducendo lui stesso dal dialetto, e in quel momento il suo mondo poetico si lasciava capire senza filtri.

Le raccolte, gli amici poeti, il tono delle sue liriche

Dalla prima raccolta, “Lumbardia” del 1983, fino a “Viridarium”, uscito nel 1987 per Scheiwiller con prefazione di Franco Loi, passando per le edizioni di Pulcinoelefante e i libri pubblicati da Einaudi, Consonni è rimasto fedele a una linea riconoscibile. Brevità, nitidezza, nessuna posa. Nelle sue poesie, una lucertola, un girasole in città, un pungitopo bastavano ad aprire uno scarto, una piccola fenditura. Frequentava e leggeva con partecipazione autori come Vittorio Sereni, Franco Loi e Raffaello Baldini, amici e maestri maggiori, ma la sua voce non si è mai confusa con quella altrui. “La poesia deve saper andare tra la gente”, aveva spiegato, precisando che essere comprensibili non significava semplificare tutto, bensì dare alla parola un peso condivisibile. È forse questo uno dei tratti che resteranno di più: una scrittura capace di stare in alto senza staccarsi dal marciapiede.

L’impegno civile e lo sguardo critico su Milano

L’altra faccia del suo lavoro, che in realtà era la stessa, riguardava la città di Milano e il suo cambiamento negli ultimi anni. Consonni ha criticato più volte la trasformazione dello spazio urbano in terreno di sfruttamento immobiliare, denunciando una città sempre meno collettiva e sempre più piegata – diceva – alle logiche del profitto, del traffico, dell’accumulo disordinato e della pubblicità. Erano interventi netti, spesso polemici, ma mai astratti: parlava di quartieri, di piazze, di aria, di case, dell’uso concreto dello spazio pubblico. In questa prospettiva va ricordato anche il suo lavoro all’Archivio di Piero Bottoni, di cui fu direttore, restituendo attenzione a una figura centrale del miglior design e dell’architettura italiana del Novecento. La notizia della sua morte ha circolato rapidamente negli ambienti culturali e accademici milanesi, dove in molti lo ricordano come un intellettuale appartato ma presente, capace di dire no quando serviva. Resta la sua voce poetica, resta lo spirito civico, resta – soprattutto – un modo di guardare il mondo senza separare mai le parole dalle responsabilità.

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