Arte e cultura

Addio a Dario Antiseri, il filosofo che ha segnato il pensiero italiano

Scrivania con libri aperti, fogli scritti a mano, occhiali e lampada accesa in uno studio con librerie e finestra all’alba Uno studio silenzioso con libri e appunti, immagine simbolica del lavoro intellettuale ricordato nell’articolo.

È morto nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2026, nella sua casa di Cesi di Terni, il filosofo Dario Antiseri: aveva 86 anni, ed è stato uno dei principali studiosi italiani a diffondere il pensiero di Karl Popper, il liberalismo e la critica allo statalismo, mantenendo per tutta la vita un profilo autonomo rispetto ai partiti e al potere politico.

Il ruolo di Dario Antiseri nella cultura italiana

Per una parte larga del mondo accademico, Antiseri è stato prima di tutto l’uomo che ha portato in Italia, con tenacia quasi artigianale, “La società aperta e i suoi nemici” di Popper, pubblicata nel 1973 dall’editore Armando con quasi vent’anni di ritardo rispetto ad altri Paesi europei. Non fu un passaggio semplice, anzi: le grandi case editrici allora non mostrarono interesse, e senza l’insistenza di quel giovane professore poco più che trentenne, semisconosciuto ai più, il libro avrebbe probabilmente atteso ancora. In quegli anni Antiseri si era già ritagliato un campo preciso, scomodo e minoritario, difendendo il mercato, la fallibilità della conoscenza umana e una visione aperta della società contro ogni pretesa di spiegare il corso della storia in modo definitivo. Era il suo bersaglio più frequente: il marxismo dogmatico, ma anche ogni forma di pianificazione dall’alto. Eppure il suo discorso non si fermava lì, perché insieme a Popper contribuì a far conoscere in Italia anche gli autori della scuola austriaca, da Ludwig von Mises a Friedrich von Hayek, letti da lui come pensatori della libertà prima ancora che dell’economia.

La formazione, l’incontro con Popper e gli anni dell’università

Nato il 9 gennaio 1940 a San Giovanni Profiamma, vicino Foligno, in una famiglia di condizioni modeste — il padre operaio, la madre impegnata nei campi — Dario Antiseri costruì il proprio percorso grazie anche a borse di studio che gli permisero di laurearsi in Filosofia a Perugia e poi di perfezionarsi a Vienna, Münster e Oxford. Fu proprio a Vienna, nel 1964, che incontrò per la prima volta Karl Popper: di quel confronto, raccontava, lo colpirono la chiarezza dell’argomentazione e quel modo secco, quasi tagliente, di arrivare al punto. Tornato in Italia, insegnò Filosofia della scienza all’Università di Padova dal 1975 al 1986, anni tesi nell’ateneo veneto, segnati dalla presenza forte di Autonomia operaia e da un clima che lui stesso, più tardi, avrebbe ammesso di aver vissuto con paura. Solo allora passò alla Luiss di Roma, dove fu docente di Metodologia delle scienze sociali fino al 2009. Nel frattempo, lentamente, anche Popper trovò spazio nel dibattito italiano. Con fatica, certo, perché non era facile accettare un autore che definiva totalitarie alcune teorie di Platone e chiamava Marx un “falso profeta”.

Liberalismo, fede cattolica e distanza dalla politica

Nel pensiero di Antiseri c’era un punto fermo: la divisione tra destra e sinistra, diceva, era sempre più una scatola vuota; la vera linea di confine passava invece tra liberali e statalisti. Per questo guardava con sospetto ogni soluzione calata dall’alto e insisteva sulla necessità di controllare chi governa, più che di scegliere il governante “giusto”, in piena sintonia con Popper. Quando nel 1996 Silvio Berlusconi cercò di coinvolgere alcuni intellettuali nei cosiddetti “professori di Forza Italia”, lui rifiutò il seggio offertogli. Voleva restare indipendente, e da quella posizione non risparmiò critiche neppure al centrodestra, sempre motivate, mai di bandiera. Cattolico convinto, ma fuori dagli schemi, diffidava dei tentativi di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio e preferiva il tormento spirituale di Blaise Pascal e Søren Kierkegaard alla costruzione sistematica di san Tommaso d’Aquino. Da credente dialogò a lungo con l’ateo Giulio Giorello: li teneva insieme, spiegava, l’amore per la libertà. Il suo ultimo saggio, “I dubbi del viandante”, pubblicato da Rubbettino nel 2025, tornava proprio su questo intreccio tra scienza, filosofia e fede.

Il manuale con Reale, la scuola e l’eredità culturale

Le soddisfazioni maggiori, per Antiseri, arrivarono dal lavoro culturale e dall’insegnamento. Insieme a Giovanni Reale firmò per La Scuola il manuale “Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi”, adottato in molti licei e tradotto in diverse lingue, tra cui il russo; nel febbraio 2002 i due studiosi ricevettero anche la laurea honoris causa all’Università di Mosca. Ma l’impegno di Antiseri non si esauriva nei libri. Difese a lungo il buono scuola, cioè un sostegno economico diretto alle famiglie da usare nell’istituto, statale o non statale, scelto per i figli: una proposta che apparve troppo netta perfino a una parte del mondo ecclesiale. In parallelo, metteva in guardia dalla crisi degli studi umanistici e dalla riduzione utilitaristica del sapere. Era un convinto difensore della versione di latino e greco, che definiva un “allenamento mentale” insostituibile, e negli ultimi anni riassumeva la sua preoccupazione in una formula diventata nota tra studenti e docenti: “più filologia nel mondo di Google”. È una frase che oggi, mentre il suo nome torna al centro del dibattito culturale, suona anche come un lascito. Non solo accademico. Umano, prima ancora.

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