Julie Chung, oculista statunitense e cofondatrice del marchio T3, ha ripercorso in una conversazione con ELLE le tappe della sua doppia carriera tra medicina e hair care di lusso, spiegando come, dagli anni della facoltà di medicina fino al rilancio del brand accanto al marito Kent Yu, abbia costruito un percorso segnato da lavoro, verifiche continue e scelte non semplici. La loro azienda, nata quasi per caso dopo le difficoltà di Chung con il phon, ha lanciato il celebre asciugacapelli Featherweight e, racconta l’imprenditrice, nel primo anno ha registrato vendite per alcuni milioni di dollari senza marketing.
Dagli inizi da Old Navy al laboratorio oncologico
Il primo impiego di Julie Chung non è stato in corsia né in un ufficio direzionale, ma da Old Navy, dopo un tentativo andato a vuoto da Gap, che lei stessa definisce il suo obiettivo iniziale. Era un lavoro pagato poco, ha ammesso, e in famiglia non tutti lo vedevano di buon occhio: i genitori avrebbero preferito che studiasse e basta. Eppure, proprio quel banco vendita le ha dato qualcosa di concreto — indipendenza, un piccolo stipendio, perfino lo sconto sui vestiti — e soprattutto l’ha costretta a uscire dal suo ambiente abituale, confrontandosi con persone diverse dalla cerchia in cui era cresciuta.
Molto più duro, ha raccontato, il passaggio in un laboratorio di ricerca sul cancro, dove il compito iniziale era sopprimere i topi da laboratorio una volta conclusi gli esperimenti. Un incarico non retribuito, necessario — secondo la logica accademica di allora — per “entrare” nel mondo della ricerca e salire, poco a poco, la scala fatta di pipette, inserimento dati e pubblicazioni. Chung ha spiegato di essere poi arrivata a UCLA, firmando diversi lavori scientifici con un ricercatore noto nel settore, ma quel primo gradino, ha lasciato intendere, è rimasto il peggiore.
Il consiglio decisivo: verificare tutto, sempre
Tra gli insegnamenti che Chung dice di non avere mai dimenticato ce n’è uno ricevuto durante la formazione medica da un’attending physician, una supervisora clinica. Davanti a un esame di laboratorio che indicava una forte emolisi e quindi un possibile crollo dei globuli rossi di un paziente, la futura oculista prese quel dato per buono e attivò subito l’allarme nel team. Solo allora la sua superiore la fermò: non fidarti di nessuno, le disse, o meglio non fidarti della prima impressione. Il risultato poteva essere sbagliato, il campione scambiato, il nome associato alla persona sbagliata.
Quel principio, apparentemente severo, Chung lo ha trasferito anche nel business di T3. Quando qualcuno le dice che una cosa non si può fare, ha spiegato, la sua prima reazione è chiedersi se sia davvero così. In molti casi — ha stimato persino fino al 50 per cento — l’assunto iniziale non regge a una verifica più attenta. È un approccio che, da un lato, rallenta la delega e rende più difficile far crescere un’organizzazione; dall’altro, le ha permesso di costruire un metodo fondato su controlli incrociati, responsabilità e fiducia conquistata col tempo, non concessa in automatico.
La doppia vita tra clinica e impresa
Sul fronte personale e professionale, Julie Chung contesta apertamente una formula molto diffusa, soprattutto tra le donne in carriera: l’idea che si possa fare tutto, insieme e senza costi. Durante gli anni della medical school, racconta, le veniva ripetuto che avrebbe potuto essere contemporaneamente madre, moglie, chirurga e imprenditrice. Oggi la sua lettura è diversa: non è impossibile provare a tenere insieme più ruoli, ma ogni scelta comporta rinunce, squilibri, aree che restano scoperte. Se avesse ricevuto prima conversazioni più oneste, ha confidato, forse sarebbe stata meno severa con se stessa.
In questa traiettoria ha avuto un peso il sostegno del marito Kent Yu, all’epoca fidanzato e poi socio di vita e d’impresa. In una fase in cui Chung seguiva molto da vicino la sua pratica privata a Century City, tre giorni alla settimana, Yu ha alleggerito la sua presenza operativa in azienda, arrivando a nominare un CEO per consentirle di concentrarsi sulla medicina e, insieme, sul progetto di avere un figlio. Oggi il rapporto di forze si è rovesciato: Chung dice di essere quasi interamente assorbita da T3, mentre l’oftalmologia occupa uno spazio minimo ma ancora prezioso, quasi una pausa, “il giorno di vacanza”, scherza con il team, perché le consente di tornare al rapporto diretto con i pazienti.
Capelli, salute e il tema dell’identità asiatica nel business
Per Chung esiste un filo diretto tra cura degli occhi, benessere e perfino cura dei capelli. Nella sua pratica, ha osservato, molte pazienti legano l’autostima alla possibilità di vedersi bene e presentarsi bene. Alcune persone, quando la vista peggiora, si chiudono in casa; altre appaiono trascurate non per disinteresse, ma perché semplicemente non vedono più con chiarezza. Dopo un intervento di cataratta, ha spiegato, cambiano piccoli gesti — il trucco, i vestiti abbinati, i capelli sistemati — e cambia anche il modo in cui gli altri le trattano. In quel momento, sostiene, migliorano relazione sociale e lucidità mentale.
Da qui anche la filosofia produttiva di T3, che Chung distingue dai marchi costruiti scegliendo un modello “già pronto” in fabbrica e applicandovi solo nome e colore. I prodotti del brand, ha detto, vengono progettati con attenzione a ergonomia, salute del capello e materiali, come la ceramica sviluppata in Corea e il composto proprietario CeraGloss. È questa ricerca, secondo la cofondatrice, a rendere possibile una distribuzione del calore più uniforme, alla base della tecnologia definita Single Pass.
Nel racconto di Chung c’è infine un capitolo più personale: l’esperienza da donna asiatica nel mondo degli affari e della chirurgia. All’inizio, ha ricordato, a lei e a Kent Yu veniva suggerito di non esporsi troppo come volto del marchio. Oggi una storia imprenditoriale AAPI è spesso valorizzata; allora, invece, stereotipi e diffidenze pesavano di più. Spesso, nei meeting, gli interlocutori si rivolgevano al marito, dando per scontato che lei fosse poco più di una cliente simbolo del prodotto. In sala operatoria, ha aggiunto, il clima non era migliore: in un ambiente dominato dagli uomini, ha dovuto imporsi, letteralmente, per trovare spazio. Quella durezza, ha ammesso, l’ha resa più diretta. E adesso, semplicemente, dice quello che pensa.


