Al Petit Palais di Parigi, durante la Haute Couture Autunno Inverno presentata da Schiaparelli, Daniel Roseberry ha portato in passerella “Il richiamo del vuoto”, una collezione nata — ha spiegato lui stesso nelle note di sfilata diffuse lunedì — dal fallimento di un metodo creativo già collaudato e dalla scelta, solo in un secondo momento, di lasciarsi guidare da quello che i francesi chiamano l’appel du vide, la chiamata del vuoto.
Schiaparelli Couture, Daniel Roseberry e il “richiamo del vuoto”
Nella lettera che accompagna lo show, Daniel Roseberry racconta senza schermature cosa, questa volta, “non è andato”. Dopo il successo della scorsa stagione con “L’Agonia e l’Estasi”, lo stilista aveva provato a ripetere lo stesso percorso: partire, osservare, assorbire immagini, tornare in atelier con una direzione chiara. “Mi dicevo, ecco il modello da seguire”, ha scritto, ricordando anche il viaggio a Barcellona per vedere le opere di Gaudí. Eppure, proprio quel tentativo di ordine ha inceppato il processo. Cercando di controllare tutto, ha ammesso, ha finito per soffocare sé stesso e il lavoro. Solo quando ha lasciato spazio al vuoto — una formula che in francese porta con sé insieme vertigine e attrazione — la collezione ha preso davvero forma.
Una passerella marina tra octopus dress, conchiglie e jelly fish
Il risultato si è visto subito sulla passerella a specchio del Petit Palais, trasformata in un fondale quasi liquido, dove le modelle avanzavano con un passo lento, calibrato, come figure emerse da una profondità non del tutto definita. L’invito, un gioiello eccentrico a forma di filamento di polipo, dava già la traccia. Poi in scena sono arrivati i fourreau fluttuanti simili ad anemoni, i pantaloni con conchiglie tintinnanti, i top a gabbia in rete metallica d’oro e perle, con piccole borse coordinate. In altri look, i ricami circolari ricordavano ventose, mentre gli abiti jelly fish accendevano la sala con bagliori quasi luminescenti, come se il riferimento fosse il mare più profondo, non la sua superficie. E ancora: le giacche rigide, segno riconoscibile di Schiaparelli, apparivano sciolte sul corpo; le tuniche in drapé plissé spezzavano la struttura; gli ormai fotografatissimi octopus dress si aprivano in propaggini di crinolina leggerissima oppure in tentacoli appuntiti di lattice nero, un nero fitto, da inchiostro di seppia.
Materiali inediti e couture, la sperimentazione secondo la maison
Dentro questa visione acquatica e straniante c’è anche un lavoro netto sui materiali, che Roseberry porta avanti spingendo la couture oltre le sue abitudini. Seguendo uno dei princìpi fondanti della maison — quello, caro a Elsa Schiaparelli, per cui il familiare deve diventare estraneo — la collezione sostituisce spesso sete, rasi e lane con elementi meno prevedibili: scocche di plastica, pelle retro-illuminata, corsetti body-con in silicone, superfici nate da colate di vernice poi trasformate in lastre e scolpite in silhouette. In un’uscita, molto commentata in sala, giacca e leggings coordinati erano ricoperti di fiori veri, squame di pesce e fiori di nastro, in un equilibrio instabile ma preciso, quasi volutamente irrisolto. Non è un dettaglio secondario. Per Roseberry, infatti, il punto non è nobilitare la materia in sé, ma mostrare fin dove possa arrivare il gesto artigianale. “Il vero lusso della couture non è la materia, ma le mani che la lavorano”, ha ricordato nelle note. Una frase semplice, persino asciutta, che però riassume bene la direzione della collezione.
Gli applausi al Petit Palais e la nuova fase di Schiaparelli
Alla fine dello show gli applausi sono stati lunghi, con molti telefoni alzati già durante le ultime uscite e una reazione immediata, in sala, soprattutto davanti ai look più costruiti e teatrali. La collezione segna un altro passaggio nella traiettoria di Schiaparelli, oggi una delle maison più osservate della settimana dell’Haute Couture di Parigi, e conferma il ruolo di Daniel Roseberry come autore capace di tenere insieme immagine, tecnica e racconto. C’è, in questo lavoro, una componente visiva molto forte, certo. Ma sotto la superficie resta anche un discorso più concreto sul metodo creativo: la diffidenza verso le formule, il rifiuto di ripetersi, la necessità — a volte scomoda — di perdersi prima di trovare una forma. In quel vuoto, ha lasciato intendere lo stilista, non c’era un blocco. C’era la possibilità di ripartire.
