Cinema

Clooney riceve il Leone d’Oro alla carriera: “Un onore che mi ricorda il tempo che passa”

Trophy a forma di leone dorato tenuto da uno staff in smoking su un red carpet serale vicino all’acqua Il leone dorato in primo piano evoca il prestigio del premio alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia.

George Clooney riceverà il Leone d’oro alla carriera dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia, in programma dal 2 al 12 settembre al Lido, dopo undici partecipazioni in Laguna tra film in concorso, aperture e fuori concorso: lo ha annunciato la Biennale, premiando un percorso che tiene insieme cinema, regia, produzione e impegno civile, con un legame con Venezia cominciato nel 1998 e diventato, negli anni, quasi una seconda casa artistica per la star americana.

George Clooney premiato alla Mostra del Cinema di Venezia

Per George Clooney, 65 anni, il riconoscimento arriva al termine di una presenza lunga e costante alla Mostra di Venezia, dove debuttò con Out of Sight di Steven Soderbergh, il film in cui interpretava Jack Foley, rapinatore elegante e ironico, accanto a Jennifer Lopez. Era il 1998, e per molti fu anche il passaggio decisivo fuori dalla popolarità televisiva di ER – Medici in prima linea. L’ultima apparizione, invece, risale allo scorso anno con Jay Kelly di Noah Baumbach, presentato in concorso, tra curiosità, attese e quel piccolo caso del forfait in conferenza stampa, compensato però dalla presenza sul red carpet insieme alla moglie Amal Alamuddin Clooney.

Il commento dell’attore è arrivato con il tono che gli è abituale, leggero ma non distratto: “Ho vissuto tantissimi momenti straordinari a Venezia. La Mostra è senza dubbio il mio festival preferito, e ricevere il Leone d’Oro è un onore immenso. Probabilmente significa anche che sto invecchiando, ma va bene così”. Una battuta, certo, ma anche il segno di un rapporto ormai sedimentato con il Lido, costruito film dopo film, passaggio dopo passaggio, senza mai dare l’impressione della visita di rito.

Il legame tra George Clooney e il Lido dal 1998 a oggi

La traiettoria veneziana di Clooney è fitta e, a rileggerla, racconta anche l’evoluzione della sua carriera. Nel 2003 arrivò con Prima ti sposo, poi ti rovino dei fratelli Coen, fuori concorso; nel 2005 tornò in gara da regista con Good Night, and Good Luck, portando a casa l’Osella per la sceneggiatura e la Coppa Volpi a David Strathairn. Poi ancora Michael Clayton di Tony Gilroy nel 2007, Burn After Reading dei Coen nel 2008 come film d’apertura, e nel 2009 L’uomo che fissava le capre di Grant Heslov.

Non è finita lì. Nel 2013 fu ancora protagonista dell’apertura del festival con Gravity di Alfonso Cuarón, fuori concorso; nel 2017 presentò in concorso il suo Suburbicon; quindi il ritorno più recente con Wolfs di Jon Watts nel 2024 e, appunto, Jay Kelly lo scorso anno. Undici presenze complessive, con una costanza rara per una star hollywoodiana di questa dimensione. Eppure, a Venezia, Clooney non è mai sembrato un corpo estraneo: né ospite occasionale, né monumento ambulante.

Le motivazioni di Alberto Barbera e la carriera tra cinema e impegno civile

A spiegare la scelta è stato il direttore della Mostra, Alberto Barbera, che ha definito Clooney “un artista completo e carismatico, appassionato e originale”, capace di imporsi nella triplice veste di attore, regista e produttore. Barbera insiste su un punto preciso: un carisma costruito sulla credibilità, non soltanto sull’immagine. È lì, probabilmente, che si tiene insieme la sua filmografia, da Three Kings e Syriana a Michael Clayton, da Ocean’s Eleven a Fratello, dove sei?, passando per Solaris, Gravity, Tra le nuvole, Paradiso amaro e lo stesso Jay Kelly.

C’è poi il lavoro dietro la macchina da presa, nove film in tutto secondo il profilo ricordato dalla Biennale. Titoli come Confessioni di una mente pericolosa, Good Night, and Good Luck, Le idi di marzo e Suburbicon vengono indicati come esempi di un cinema ambizioso, spesso laterale rispetto alle convenzioni dell’industria americana. Dentro c’è anche l’altra faccia di Clooney, quella pubblica e politica: l’attivismo sui diritti umani, dalle campagne per il Darfur alle iniziative per Haiti e il Sudan, il ruolo di Messaggero di Pace delle Nazioni Unite, e le sue prese di posizione contro Donald Trump. Un profilo che, nel tempo, ha allargato il perimetro della sua notorietà ben oltre Hollywood.

Oscar, Broadway e i progetti recenti della Smokehouse Pictures

I numeri, in casi come questo, non spiegano tutto. Però aiutano. George Clooney ha vinto due premi Oscar e ha collezionato, tra gli altri, quattro Golden Globe, quattro Sag Awards, un Bafta, due Critics’ Choice Awards, un Emmy, quattro National Board of Review Awards e l’American Film Institute Life Achievement Award. Con otto nomination agli Oscar, è stato candidato in più categorie di qualunque altro interprete della sua generazione. Di recente è arrivata anche la candidatura ai Tony Award per il debutto a Broadway con l’adattamento teatrale di Good Night, and Good Luck.

Sul fronte produttivo e registico, il marchio resta quello della Smokehouse Pictures, la società fondata con Grant Heslov. L’ultimo progetto da regista è stato The Boys in the Boat (Erano ragazzi in barca), diretto e prodotto per Mgm; tra i lavori recenti figurano anche The Tender Bar per Amazon Prime Video e The Midnight Sky per Netflix. Per la televisione, invece, Clooney ha prodotto la serie thriller politica The Agency per Showtime, adattamento della francese Le Bureau des Légendes, già rinnovata per una seconda stagione. Venezia, intanto, si prepara ad accoglierlo di nuovo. Solo che stavolta, sul palco, non ci sarà un film da presentare: ci sarà una carriera intera da riassumere in un premio.

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