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Nato, Ankara può segnare la svolta: il ruolo chiave dell’Italia nel nuovo scenario

Relatore in giacca scura parla a un tavolo con microfono e documenti durante un convegno, pubblico sfocato in sala Un relatore interviene in una conferenza su sicurezza e alleanze, in un contesto accademico istituzionale.

Al Centro Studi Americani di Roma, mercoledì 22 luglio, il professore Gabriele Natalizia, docente di Sicurezza e Politica internazionale alla Sapienza e direttore di Geopolitica.info, ha tracciato un primo bilancio del summit Nato di Ankara, spiegando che, contro le attese, il vertice non si è trasformato in uno scontro aperto ma in quello che ha definito “quasi una svolta” per gli equilibri dell’Alleanza e, in parte, anche per l’Italia.

Summit Nato Ankara, perché il clima atteso era molto più teso

Ci aspettavamo una trappola”, ha detto Natalizia intervenendo all’incontro dal titolo “Il futuro della Nato dopo il Summit di Ankara”. Il riferimento, neppure troppo implicito, è ai mesi di frizione che hanno preceduto il vertice: le accuse di Donald Trump agli alleati, la discussione sul burden shifting — cioè il trasferimento di quote maggiori di responsabilità ai partner europei — e il timore, circolato in diversi ambienti diplomatici, di un possibile disimpegno americano. In quel contesto, ha spiegato il docente, l’ipotesi di un summit duro sembrava quasi naturale. Eppure, solo allora, il quadro si è rivelato meno conflittuale del previsto.

Secondo Natalizia, il dato politico più rilevante non è tanto l’assenza di tensioni, che restano, quanto il fatto che da Ankara sia emersa una linea più articolata rispetto alla semplice richiesta di aumentare la spesa militare. Un passaggio non secondario, specie per Paesi come l’Italia, che da anni chiedono una valutazione meno contabile e più strategica del contributo offerto all’Alleanza atlantica.

Italia e Nato, il nodo di cash, capability e contributions

Per il docente della Sapienza, “per l’Italia le cose non sono andate affatto male” e le ragioni sono almeno tre. La prima riguarda il riequilibrio tra cash, capability e contributions: non solo quanto uno Stato spende, dunque, ma anche quali capacità operative mette a disposizione e quale contributo concreto garantisce alla sicurezza comune. È un punto che Roma, da tempo, prova a far valere nei tavoli internazionali.

Tradotto in termini politici, significa che il peso di un alleato non viene misurato soltanto sulla percentuale di spesa per la difesa, ma anche sulla qualità degli assetti, sulla presenza nelle missioni, sulla capacità industriale e logistica. Natalizia lo ha spiegato con una formula semplice, quasi da seminario ma molto chiara: non basta guardare “ai soldi”, bisogna guardare anche a ciò che quei soldi producono e a come vengono usati. Per l’Italia, che spesso si trova sotto pressione sul fronte dei bilanci, questo cambio di accento può aprire uno spazio negoziale più favorevole.

Fianco sud, Artico e Iran: la Nato allarga il raggio d’azione

Il secondo elemento indicato da Natalizia è l’approccio a 360 gradi della Nato, sia sul piano geografico sia su quello funzionale. Da una parte, ha osservato, cresce l’attenzione verso aree diverse dal fronte orientale, con riferimenti all’Artico e soprattutto al fianco sud. Dall’altra entrano sempre più nel lessico dell’Alleanza temi come sicurezza economica e industria della difesa, che fino a pochi anni fa restavano più sullo sfondo.

Per l’Italia il punto è delicato, e insieme utile. Roma insiste da tempo sulla centralità del Mediterraneo allargato e del vicinato meridionale, un’area che comprende crisi energetiche, rotte commerciali, instabilità regionale e pressione migratoria. Se la Nato amplia il proprio campo di osservazione, ha lasciato intendere Natalizia, la postura italiana può risultare più coerente con l’agenda generale dell’Alleanza.

C’è poi il capitolo Iran, che il professore ha definito un passaggio da seguire con attenzione. Nel summit, ha ricordato, è stato richiamato l’obiettivo di impedire che Teheran possa dotarsi dell’arma nucleare, insieme all’impegno per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Sono posizioni legate, almeno in parte, alle priorità dell’amministrazione Trump, ma che potrebbero avere ricadute anche per l’Italia, proprio perché toccano la sicurezza del quadrante mediterraneo e delle rotte energetiche. Un dossier complesso. E molto concreto.

Il rischio di restare fuori dal nuovo ecosistema industriale Nato

L’ultimo avvertimento di Natalizia guarda ai prossimi mesi. “Sarà fondamentale che l’Italia non venga esclusa dal nuovo ecosistema industriale e strategico che si sta costruendo all’interno della Nato”, ha concluso. Qui il tema non è solo militare, ma anche economico e tecnologico: chi resta dentro ai nuovi circuiti produttivi dell’industria della difesa conta di più, influenza standard, programmi comuni e investimenti. Chi resta ai margini, invece, pesa meno. E recuperare dopo diventa difficile.

Secondo il docente, serviranno quindi proposte concrete e la capacità di difendere un ruolo centrale, soprattutto sul terreno del fianco sud. Non una formula astratta, ma una linea di azione: iniziativa diplomatica, presenza nei tavoli industriali, continuità strategica. L’impressione emersa dall’incontro romano è che il summit di Ankara non abbia risolto le ambiguità della Nato, né cancellato le divergenze tra Washington e gli alleati europei. Però ha rimesso in moto una discussione più larga. E, almeno per ora, l’Italia non sembra essere uscita indebolita.

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