Cinema

Netflix accelera sull’IA generativa: già usata in 300 produzioni quest’anno

Tecnici di post-produzione al lavoro su monitor con timeline di montaggio e scena d’azione urbana con elicotteri Un team in sala di editing lavora su una sequenza con effetti visivi e timeline, simbolo dell’uso crescente dell’IA nella produzione audiovisiva.

Netflix ha comunicato agli investitori, in occasione degli ultimi risultati finanziari diffusi quest’anno, di avere utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa in circa 300 contenuti distribuiti sulla piattaforma, confermando così, da Los Gatos ai set internazionali coinvolti, che la GenAI non è più un test isolato ma una componente stabile dei processi di produzione e post-produzione. Il passaggio è netto, e arriva mentre l’industria audiovisiva continua a discutere di costi, tempi e margini creativi: secondo la società, in alcuni casi queste tecnologie hanno reso possibili scene che, altrimenti, sarebbero state tagliate o ridimensionate.

Netflix e l’uso dell’intelligenza artificiale nei contenuti

Nella lettera agli azionisti, Netflix ha scritto che l’adozione della GenAI da parte dei suoi “partner creativi” sta crescendo rapidamente, con un impiego che riguarda ormai centinaia di titoli usciti nel corso dell’anno. Il numero, 300 contenuti, dà la misura di un cambio di passo: non un episodio sporadico, ma un ricorso ricorrente, inserito dentro la catena produttiva. La piattaforma ha spiegato, in modo piuttosto diretto, che questi strumenti vengono usati per ottenere “risultati di qualità superiore” in tempi più brevi e con costi inferiori rispetto ai metodi tradizionali. È qui, probabilmente, il punto più osservato dal settore. Perché se da una parte l’azienda insiste sulla qualità finale, dall’altra lega apertamente la tecnologia AI all’efficienza industriale, tema che da mesi alimenta il confronto tra studios, autori e maestranze.

I progetti internazionali citati da Netflix

A sostegno della propria posizione, la società ha indicato tre produzioni precise: l’opera indiana “Glory”, il titolo brasiliano “Brasil 70: A Saga do Tri” e il progetto statunitense “The American Experiment”. In tutti e tre i casi, ha precisato Netflix, l’intelligenza artificiale generativa è stata utilizzata sul piano operativo per creare o gestire sequenze altamente complesse, una formula che lascia intendere un impiego concreto negli effetti visivi, nella composizione delle scene o nella rifinitura di passaggi tecnici particolarmente onerosi. Non sono stati diffusi, almeno per ora, dettagli più minuti sui software adottati o sulla quantità esatta di interventi effettuati in ciascun titolo. Eppure la scelta di citare produzioni di India, Brasile e Stati Uniti non sembra casuale: indica che l’uso della AI nei contenuti Netflix attraversa mercati diversi, lingue diverse, modelli produttivi diversi. Un segnale, anche questo, di una strategia ormai estesa.

Costi, tempi e impatto sulla produzione audiovisiva

Nel passaggio più netto della comunicazione agli investitori, Netflix ha sostenuto che, “in alcuni casi”, senza la GenAI le produzioni avrebbero dovuto rinunciare a riprese e sequenze fondamentali. È un’affermazione che pesa, perché sposta il discorso dall’innovazione facoltativa alla necessità produttiva. In altre parole, la società non presenta l’AI generativa come semplice supporto creativo, ma come leva capace di tenere in piedi parti del racconto visivo che, con i soli metodi tradizionali, sarebbero risultate troppo costose o troppo lente da realizzare. Solo allora si capisce perché il tema sia diventato così centrale nei bilanci e nelle strategie. Più rapidità, meno spesa, maggiore elasticità sui set e in fase di montaggio: è questa la promessa. Resta aperta, naturalmente, la questione dell’impatto sul lavoro umano, dai reparti di effetti visivi agli artisti della post-produzione, un punto su cui la nota agli investitori non entra nel dettaglio.

Dal caso “L’eternauta” a una strategia strutturale

Che Netflix stesse andando in questa direzione era emerso già a luglio dello scorso anno, quando il servizio aveva confermato l’uso dell’intelligenza artificiale per creare una scena con effetti visivi nella serie “L’eternauta”. Allora il caso era stato letto come un primo test reso pubblico, quasi un assaggio di ciò che sarebbe arrivato dopo. Oggi, con il dato dei 300 contenuti, quel precedente assume un altro significato: non più eccezione, ma tappa iniziale di un percorso ormai strutturato. La piattaforma, in sostanza, sta dicendo al mercato che la AI nella produzione audiovisiva è entrata nella routine operativa. E che la sua diffusione, almeno all’interno del gruppo, non sembra destinata a rallentare. Mancano ancora elementi per misurare in modo preciso quanto questa trasformazione inciderà sui linguaggi, sui mestieri e perfino sui crediti finali di un’opera. Ma una cosa, adesso, è chiara: per Netflix, l’intelligenza artificiale generativa non è più una promessa da laboratorio. È già lavoro quotidiano.

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