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Caso Adinolfi, la compagna di partito rompe il silenzio: Ci fidavamo di lui, ora spero dica la verità

Donna pensierosa al tavolo con documenti, buste, calcolatrice, occhiali e smartphone sfocato Documenti e telefono su un tavolo domestico mentre una donna riflette, immagine che richiama l’inchiesta e la frattura interna raccontate nell’articolo.

Cristina Zaccanti, dirigente del Popolo della Famiglia ed ex coordinatrice regionale in Piemonte, è tornata a parlare domenica 12 luglio della vicenda che coinvolge Mario Adinolfi, raggiunto da un’ordinanza di arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma su un presunto sistema di scommesse collettive: “Io continuo a sperare per l’amico Mario Adinolfi che dica la verità”, ha detto, spiegando di aver presentato a sua volta una denuncia insieme ad altri militanti del partito, assistita dall’avvocato Giorgio Dipietromaria.

Cristina Zaccanti e il caso Adinolfi: “Mi sono sentita sollevata”

La notizia dei domiciliari a Mario Adinolfi, racconta Zaccanti, le ha provocato una reazione doppia, quasi contraddittoria. Da una parte, ha confidato, una “preoccupazione materna”; dall’altra un senso di sollievo, perché “la giustizia” – così l’ha chiamata, con un riferimento a Manzoni – “si è mossa”.

La dirigente del Popolo della Famiglia, in pensione dopo il lavoro da insegnante, dice di essersi avvicinata al movimento nel 2016, soprattutto per la sua sensibilità sui temi legati al gender nella scuola. Col tempo, spiega, quell’impegno era diventato “quasi una missione”: tempo speso, famiglia coinvolta, fiducia piena nel presidente. Solo allora, quando alcune segnalazioni hanno iniziato a moltiplicarsi, “certi nodi”, per usare le sue parole, “sono arrivati al pettine”.

Sull’indagine in corso, Adinolfi si è sempre dichiarato “totalmente innocente”, definendo la vicenda “surreale”. La sua linea difensiva, resa pubblica dopo l’ordinanza, è netta: ammette di giocare da anni e anche in forma collettiva, ma nega di aver sollecitato qualcuno o di essersi arricchito “sulla pelle degli altri”. L’inchiesta, però, va avanti e gli accertamenti restano nelle mani degli investigatori.

Il presunto sistema di scommesse e i dubbi interni al Popolo della Famiglia

Secondo il racconto di Cristina Zaccanti, il sistema di scommesse collettive circolava tra i militanti in modo informale, tra Facebook, messaggi e passaparola. Veniva presentato, ha spiegato, come un “investimento legale”, con tasse pagate all’origine, “sicuro, trasparente e a capitale garantito”.

Lei stessa, ha ammesso, aveva affidato ad Adinolfi una cifra inferiore ai 10mila euro. Una parte le sarebbe stata restituita, non l’intero importo, e proprio questo – eppure – l’aveva spinta inizialmente a rassicurare altri aderenti che le chiedevano spiegazioni. “Avevo motivo di incoraggiare gli altri ad avere fiducia”, ha detto, rivendicando una buona fede che oggi molti, dentro e fuori il partito, le contestano.

Alle accuse di ingenuità, la dirigente risponde in modo diretto: chi aderiva, sostiene, non lo faceva con l’idea di correre il rischio tipico della scommessa, perché il messaggio ricevuto era diverso. Adinolfi, secondo la sua versione, avrebbe garantito personalmente la copertura del capitale anche in caso di perdita. Se fosse arrivata una comunicazione chiara – “ho perso i soldi, datemi tempo” – la reazione del gruppo sarebbe stata differente. Invece, racconta, le richieste di chiarimento sono aumentate con l’avvicinarsi della scadenza indicata, dicembre 2025.

Il confronto mancato nel consiglio nazionale e la rottura

Il punto di rottura, nel racconto di Zaccanti, arriva quando il consiglio nazionale del Popolo della Famiglia prova a ottenere un chiarimento diretto. L’obiettivo, spiega, era semplice: capire cosa rispondere alle persone che domandavano se le voci sui ritardi nelle restituzioni fossero fondate. “Abbiamo provato ad avere un confronto personale”, ha detto, “e lui anziché accettare ci ha attaccato”.

Secondo la dirigente, Adinolfi avrebbe interpretato quella richiesta come un tentativo di togliergli il controllo del partito e di metterlo in cattiva luce. La situazione si sarebbe irrigidita ancora di più dopo i servizi televisivi de Le Iene, che hanno dato rilievo pubblico alla vicenda. In quel momento, racconta, “la sua reazione è stata di chiusura”.

A gennaio, aggiunge, sarebbero dovute arrivare le prime scadenze del sistema. Ma, dice, Adinolfi “ha iniziato a tergiversare”. A febbraio lei ha preso le distanze; ad aprile, insieme al responsabile di Torino, ha firmato un comunicato-appello che non aveva toni d’accusa, almeno nelle intenzioni, ma chiedeva come il leader del partito intendesse mantenere gli impegni assunti. La risposta, racconta, è stata l’espulsione dalla chat nazionale, non dagli incarichi formali. “A quel punto bisognava denunciare”, ha spiegato, aggiungendo di aver saputo che altre iniziative simili erano già partite a Roma.

La querela annunciata e l’attesa per l’inchiesta della procura di Roma

Nel pieno del caso, Mario Adinolfi ha annunciato di aver querelato alcune persone, tra cui la stessa Cristina Zaccanti, oltre alla trasmissione televisiva che aveva trattato la vicenda. Il riferimento era, nelle sue parole, a una “serialità delle diffamazioni” andata avanti nel tempo. La dirigente, però, non mostra timori: “Io non ho nulla di cui temere”, ha tagliato corto.

Il fascicolo aperto dalla procura di Roma, con il lavoro della Guardia di Finanza e il vaglio del giudice per le indagini preliminari, resta adesso il perno della vicenda. Zaccanti cita anche la propria denuncia, presentata dal gruppo di iscritti piemontesi e affidata – a suo dire – al procuratore Pollidori. Sono passaggi che, precisa, dovranno essere verificati in sede giudiziaria, mentre le contestazioni mosse all’indagato restano tutte da discutere nel contraddittorio tra accusa e difesa.

Da parte sua, la dirigente sceglie una chiusura che tiene insieme delusione personale e attesa giudiziaria. “Spero che dica la verità”, ripete. E poi aggiunge il punto che, per chi sostiene di aver aderito confidando in una garanzia personale, pesa più di ogni altro: la restituzione del capitale, “se non gli interessi, almeno il capitale perché lo aveva garantito”. Una frase semplice, quasi secca. Ed è lì che, oggi, si concentra la frattura dentro il Popolo della Famiglia.

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