Arte e cultura

Addio a Roy Medvedev, lo storico marxista che sfidò Stalin

Anziano studioso seduto a una scrivania piena di carte e fascicoli, con lampada accesa e finestra su città grigia Un anziano storico tra archivi e manoscritti in uno studio austero: un’immagine che richiama la vita di ricerca e dissenso raccontata nell’articolo.

Lo storico e dissidente sovietico Roy Medvedev è morto venerdì 13 febbraio 2026 all’età di 100 anni, dopo una lunga vita trascorsa tra Mosca, gli archivi e il confronto con il potere, lasciando l’impronta di una voce anomala nell’Urss e poi nella Russia post-sovietica: marxista, antistalinista, convinto che il socialismo potesse essere riformato senza essere abbattuto. Nel panorama del dissenso sovietico, dove convivevano liberali, nazionalisti, religiosi e difensori dei diritti civili, Medvedev occupava una posizione sua, distinta, spesso scomoda anche per gli altri oppositori.

Roy Medvedev, il marxista del dissenso sovietico

Nato il 14 novembre 1925 a Tbilisi, nella allora Repubblica sovietica di Georgia, da famiglia russa, Roy Medvedev portava con sé una biografia segnata presto dalla repressione: il padre, docente dell’Accademia militare, fu arrestato nel 1938 durante le grandi purghe staliniane e morì in un lager nel 1941. Anche il fratello gemello, Žores Medvedev, biologo e attivista, fu colpito dal sistema: nel 1970 venne internato per breve tempo in manicomio per le sue prese di posizione sui diritti umani e, due anni dopo, privato della cittadinanza sovietica durante un soggiorno in Gran Bretagna. Roy, invece, rimase a Mosca. Eppure restare non significò adeguarsi: dai primi anni Sessanta lavorò a una critica documentata dello stalinismo, favorita solo in apparenza dal clima aperto dal XXII Congresso del Pcus del 1961, quando la condanna del culto della personalità sembrava ormai acquisita. Dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968, però, l’aria cambiò di nuovo, in fretta, e la sua ricerca finì sotto osservazione.

L’espulsione dal partito e i libri sullo stalinismo

Nel 1969 Medvedev fu espulso dal Partito comunista sovietico; nel 1971 lasciò anche l’insegnamento, proprio mentre in Occidente usciva il suo libro più noto, pubblicato in Italia da Mondadori nel 1972 con il titolo Lo stalinismo. Da quel momento visse da dissidente tollerato, senza un lavoro stabile e con margini stretti, protetto in parte dalla reputazione internazionale e in parte — così si disse allora, tra corrispondenti e studiosi stranieri — dal fatto che la sua critica non mirava a demolire il sistema socialista, ma a correggerlo in senso democratico. Era questo il punto. Medvedev non stava con Aleksandr Solženicyn, troppo legato, ai suoi occhi, a un nazionalismo anticomunista e religioso; ma non coincideva neppure con Andrei Sakharov, che giudicava eccessivamente vicino all’Occidente. La sua posizione era intermedia, irregolare, quasi isolata: un socialismo dal volto umano dentro un’Urss di Brežnev sempre più chiusa, burocratica, sospettosa verso qualunque revisione non controllata.

Le opere storiche e il giudizio su Lenin, Stalin e la rivoluzione

Nei suoi lavori più discussi, da La rivoluzione d’Ottobre era ineluttabile? a Dopo la rivoluzione, usciti in Italia per Editori Riuniti negli anni Settanta, Roy Medvedev tentò di distinguere Lenin da Stalin, sostenendo che la degenerazione autoritaria non fosse inscritta in modo lineare nel progetto originario bolscevico. Una tesi che lui difese a lungo, anche se le sue stesse ricerche mostravano un quadro meno netto: la presa del potere del 1917, scriveva, poteva essere compresa nel contesto del collasso dell’impero e della guerra, ma le decisioni adottate subito dopo — soprattutto verso il mondo contadino — contribuirono ad allargare la guerra civile russa, creando le condizioni in cui la futura ascesa di Stalin diventò possibile. Medvedev rivalutava la Nep, la Nuova politica economica lanciata da Lenin nel 1921, come momento di correzione reale; altri storici, invece, hanno osservato che per Lenin si trattò di una ritirata tattica, non di una svolta strategica. Resta il dato centrale: i suoi studi erano incompatibili con il dogma ufficiale. In una conversazione con Piero Ostellino, pubblicata da Laterza nel 1977, Medvedev disse che Marx, se fosse tornato tra i vivi, sarebbe rimasto colpito non tanto dagli errori delle sue previsioni, quanto dal fatto che il suo pensiero fosse stato ridotto a dogma e interpretato “in mala fede”.

Da Gorbaciov a Putin, l’ultimo paradosso politico

Negli anni Ottanta Medvedev accolse con favore la linea di Mikhail Gorbaciov, vedendo nella perestrojka il tentativo più vicino a ciò che lui aveva chiesto per decenni. Nel 1989 fu riammesso nel Pcus ed eletto deputato al Congresso del popolo dell’Urss; nello stesso anno uscì in Italia, con Giulietto Chiesa, il libro La rivoluzione di Gorbaciov per Garzanti. Ma il crollo successivo dell’Unione Sovietica lo lasciò, hanno raccontato negli anni suoi interlocutori, disorientato e amareggiato. Fu severissimo con le liberalizzazioni degli anni Novanta e nel saggio La Russia post-sovietica, pubblicato da Einaudi nel 2002, denunciò la “politica dello sperpero” attribuita a Boris Eltsin. Già allora guardava con fiducia a Vladimir Putin, al quale riconosceva “calma, serietà e intelligenza”. Qui sta il paradosso finale della sua traiettoria: il marxista antistalinista, che aveva sfidato il conformismo sovietico in nome di un socialismo più libero, finì per condividere con il vecchio rivale Solženicyn il sostegno a un ex ufficiale del Kgb, considerato da entrambi l’uomo capace di salvare la Russia dal caos. Una scelta che molti, col tempo, hanno letto come la sua contraddizione più profonda. O forse, semplicemente, come il segno di una generazione che non smise mai di temere il vuoto più del potere.

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