Arte e cultura

La morte di Piersanti Mattarella, il delitto che andò oltre la mafia

Investigatore in cappotto con fascicolo e foto davanti a un’auto d’epoca, area transennata e polizia sullo sfondo Un investigatore esamina un fascicolo sulla scena transennata, richiamando le ombre e i nodi irrisolti del delitto Mattarella.

Nel pieno del dibattito riacceso a Torino dagli scontri dei filo-palestinesi di Askatasuna e dai tentativi di sabotaggio alle ferrovie legati all’Olimpiade invernale, il saggio di Miguel Gotor, uscito il 12 febbraio 2026 per Einaudi, torna su un altro passaggio cruciale della storia italiana: l’omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuto a Palermo il 6 gennaio 1980, letto non solo come un delitto di mafia, ma come il punto d’incrocio di interessi politici, eversione nera, equilibri internazionali e crisi dello Stato. È da qui che parte la riflessione dello storico, mentre nella politica di oggi c’è chi, dal ministro Carlo Nordio al deputato leghista Luca Toccalini, richiama gli anni Settanta per descrivere il clima di tensione attuale.

Il libro di Miguel Gotor e il nodo Piersanti Mattarella

In “L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna. 1979-1980” (Einaudi, 432 pagine, 22 euro), Miguel Gotor ricostruisce il contesto che portò all’assassinio del presidente della Regione Siciliana, ucciso mentre stava tentando di spezzare prassi consolidate di potere e rapporti opachi dentro l’amministrazione regionale. La tesi del volume, sviluppata con taglio da storico e non da polemista, è che Mattarella fosse diventato un bersaglio per almeno due ragioni: da un lato il suo profilo politico, considerato da Gotor quello di un possibile erede di Aldo Moro nella sinistra Dc; dall’altro il tentativo, concreto, di sottrarre la Sicilia al condizionamento di Cosa nostra. Il punto, e Gotor lo ripete più volte, è che quel delitto presenta un’anomalia rimasta aperta: lo Stato ha individuato i mandanti mafiosi — da Totò Riina a Pippo Calò — ma non ha mai chiarito in via definitiva chi furono gli esecutori materiali. Di solito, osservano gli studiosi di storia giudiziaria, accade il contrario.

I legami con Ustica, Bologna e l’eversione nera

La parte più delicata del saggio riguarda il collegamento tra Palermo, Ustica e la strage di Bologna, tre nodi che Gotor avvicina senza forzare i piani giudiziari. Non mette in discussione, infatti, le assoluzioni definitive di Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini per l’omicidio Mattarella; però richiama il fatto che entrambi appartenevano ai Nuclei armati rivoluzionari, già condannati per la strage del 2 agosto 1980. Solo allora il quadro si allarga: secondo la ricostruzione proposta nel libro, le piste battute da Giovanni Falcone meritano ancora attenzione, soprattutto laddove il magistrato ipotizzava incroci operativi tra mafia, terrorismo nero e progetti eversivi più ampi. Sullo sfondo c’era anche il tentativo di far evadere dall’Ucciardone Pierluigi Concutelli, figura che in certi ambienti dell’estrema destra veniva considerata utile per un possibile nuovo colpo di Stato, dopo il fallimento del tentativo del 1970. È un passaggio che nel libro non viene trasformato in una verità definitiva, eppure resta centrale per capire quanto fossero porosi, in quegli anni, i confini tra criminalità organizzata, apparati deviati e militanza armata.

La Sicilia, i Cruise di Comiso e le influenze straniere

Dentro quella stagione pesa anche la dimensione internazionale, che Gotor colloca al centro della vicenda. La Sicilia di Comiso, dove gli Stati Uniti puntavano all’installazione degli euromissili Cruise, era un territorio strategico nel confronto tra i due blocchi, e questo — ha spiegato lo storico in diverse presentazioni — rendeva l’isola un osservatorio privilegiato delle pressioni esterne. Nel libro compaiono così i rapporti ambigui con la Libia di Gheddafi, i movimenti di ambienti vicini ai repubblicani di Ronald Reagan, il ruolo di reti massoniche e della P2, oltre alla funzione oscillante di pezzi dei servizi italiani, sospesi tra fedeltà atlantica e rapporti di convenienza con Tripoli. L’idea di fondo è netta: soggetti stranieri avevano interesse a influire negli equilibri italiani, e il progetto di intesa Dc-Pci sperimentato in Sicilia da Piersanti Mattarella rappresentava, per più di qualcuno, un rischio da fermare. Oggi il contesto è diverso e la violenza politica non ha lo stesso livello di sangue, ma il richiamo all’uso di agenti di influenza e di canali indiretti, fatto nel libro, suona attuale.

Un omicidio da rileggere, oltre la memoria consumata

A rendere il saggio rilevante, al di là della discussione storiografica, è il tentativo di restituire centralità a una figura che nel tempo è rimasta ai margini della memoria pubblica. Già nel 2014, in “Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia” per San Paolo, Giovanni Grasso parlava di una “rimozione del sacrificio e dell’esempio di Piersanti Mattarella dalla coscienza collettiva”. Gotor prova a incrinare quella rimozione, con una ricostruzione fitta di documenti, sentenze, testimonianze e passaggi politici che evita scorciatoie. Miguel Gotor, romano, classe 1971, docente di Storia moderna all’Università di Roma Tor Vergata ed ex senatore dal 2013 al 2018, aveva già lavorato su materiali decisivi della storia repubblicana, dalle “Lettere dalla prigionia di Aldo Moro” a “Generazione Settanta”. In questo nuovo volume torna su un delitto che non riguarda soltanto la mafia siciliana, ma un’intera fase della Repubblica. E in giorni in cui la politica torna a evocare gli anni di piombo per leggere il presente, la domanda resta lì, quasi intatta: che cosa fu davvero, e per chi era diventato scomodo, Piersanti Mattarella?

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