Cinema

Abbasi: Trump non è Napoleone, è l’America che rende possibile uno come lui

Uomo con microfono parla a un pubblico in una sala cinema, con poltrone rosse in primo piano Un regista interviene con un microfono in sala durante un incontro post-proiezione, al centro della riflessione su cinema e potere.

A Firenze, martedì 7 luglio, il regista Ali Abbasi, autore di “The Apprentice – Alle origini di Trump”, ha parlato al cinema Astra a margine della proiezione organizzata dalla Fondazione Stensen, spiegando perché il suo film non vuole raccontare solo l’ascesa di Donald Trump, ma interrogare il sistema americano che, a suo giudizio, ha reso possibile una figura come la sua. Davanti al pubblico, in sala nel tardo pomeriggio, Abbasi ha insistito su un punto: “Trump non è un unicum, non è Napoleone”, ha detto, riportando la discussione dal singolo personaggio al meccanismo di potere che lo ha prodotto.

Ali Abbasi a Firenze: “Trump è il prodotto di un sistema”

Per Ali Abbasi, regista iraniano naturalizzato danese, il caso Trump è “emblematico” proprio perché mostra, in modo quasi nudo, come “il sistema, in questo caso americano, può creare una persona come lui”. È questo, ha spiegato, il centro della riflessione proposta da “The Apprentice”, più che il profilo psicologico del futuro presidente degli Stati Uniti. Non un uomo solo al comando, dunque, ma una struttura più larga. E, in quel meccanismo, secondo il cineasta, si annidano le vere domande.

Parlando con i giornalisti e con il pubblico fiorentino, Abbasi ha usato toni netti ma misurati. Trump, ha detto, non va letto come una figura eccezionale nel senso classico del termine, bensì come l’esito di una certa cultura del potere, di relazioni, protezioni, convenienze. Il riferimento a Napoleone non era casuale: serviva, piuttosto, a ridimensionare l’idea dell’uomo destinato a cambiare da solo la storia. “Non è un unicum”, ha ribadito. E il punto, per lui, resta lì.

“The Apprentice” e il cinema come riflessione sul presente

Sul film, Abbasi ha chiarito subito un aspetto: “non è un film storico”. Lo ha definito, invece, un’opera utile a ragionare sul funzionamento del potere, sulle sue dinamiche, sulle ipotesi che il cinema può formulare quando prova a guardare il presente senza la protezione della distanza temporale. Una distinzione che, per il regista, conta molto. Perché raccontare il passato è spesso più semplice; misurarsi con ciò che accade adesso, molto meno.

“Per me la cosa più rilevante”, ha spiegato, “è la strana tendenza che noi abbiamo come società di tentare di preoccuparci e di occuparci moltissimo del passato, mentre facciamo moltissima fatica a relazionarci con il nostro tempo”. Nelle sue parole c’è anche una chiamata di responsabilità rivolta all’Europa, che secondo lui dovrebbe interrogarsi di più sul presente e meno rifugiarsi in letture già consolidate. Solo allora, ha osservato, il cinema può tornare a esercitare fino in fondo la propria funzione pubblica: non decorare il dibattito, ma aprirlo.

Per questo, ha aggiunto, è “fondamentale che il cinema si prenda la responsabilità di una riflessione”. Un compito che non coincide con la propaganda né con la lezione morale, ma con la capacità di mettere lo spettatore davanti a un nodo irrisolto. È lì che “The Apprentice” prova a stare, ha lasciato intendere il regista. Dentro una zona scomoda, poco rassicurante.

La paura per l’Iran e le parole di Trump

Abbasi ha poi allargato il discorso al contesto internazionale e, in particolare, al suo rapporto personale con l’Iran. Pur dicendo di non vedere in Trump “una persona con così tanta rilevanza storica”, il regista ha ammesso di sentirsi allarmato da alcune dichiarazioni dell’ex presidente americano. Lo ha descritto come una figura “estremamente impulsiva”, capace di mettere in atto “strategie poco sofisticate”, eppure non per questo meno pericolosa.

Il passaggio più duro è arrivato quando ha evocato frasi attribuite a Trump sulla possibilità di “obliterare la cultura iraniana”. In quel momento il tono si è fatto più personale. “So che purtroppo c’è una probabilità percentuale di verità in quello che lui dice e questo mi preoccupa tantissimo”, ha confidato. Poi l’immagine, quasi secca: la distanza di “2.000 km”, l’idea del “pulsante di una bomba atomica”, la paura che possa essere cancellata “dalla faccia della terra un’intera cultura”. Parole che spostano il discorso dal cinema alla fragilità concreta del presente.

La critica all’Occidente e il doppio standard sui conflitti

Nell’ultima parte dell’incontro al cinema Astra, il regista ha espresso una “forte delusione rispetto all’Occidente”. Il riferimento, ha precisato, è al sostegno che vede “completamente compatto e unito dietro a Israele”, mentre in altri scenari di guerra o sofferenza civile — ha sostenuto — non si registra la stessa attenzione pubblica, politica e mediatica. Un giudizio politico, espresso senza giri di parole.

Abbasi ha portato un esempio diretto: “Se muoiono dei bambini in Ucraina, cosa terrificante e che non deve succedere, tutti gli occhi sono puntati lì”. Subito dopo ha aggiunto che “lo stesso grado di importanza valoriale non viene applicato se questo avviene in Iran o a Gaza”. È qui, forse, che il suo discorso sul potere torna a chiudersi: non solo il potere che costruisce leader come Trump, ma anche quello che decide quali vite meritino attenzione e quali, invece, restino sullo sfondo. Una riflessione che a Firenze, tra poltrone rosse e sala in silenzio, è rimasta sospesa per qualche secondo prima degli applausi.

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