Dal 2 al 12 settembre 2026, al Lido di Venezia, la 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia tornerà a puntare anche su Venezia Classici, la sezione dedicata ai film restaurati, con 19 anteprime mondiali provenienti da cineteche, istituzioni culturali e produzioni di vari Paesi: una scelta che, ha spiegato il direttore artistico Alberto Barbera, non nasce dalla nostalgia, ma dall’idea che il cinema di domani continui a nutrirsi della forza dei film del passato.
Venezia Classici 2026, la linea di Alberto Barbera
Nella nota diffusa dalla Biennale di Venezia, Barbera mette a fuoco il senso della sezione con parole nette: “il cinema di domani non può che alimentarsi della linfa vitale dei film del passato”. È qui, più che in un semplice recupero filologico, che si colloca il lavoro di Venezia Classici, diventata negli anni uno spazio riconoscibile della Mostra del Cinema. Non un museo, insomma, ma un luogo vivo, dove i restauri tornano a misurarsi con lo schermo e con il pubblico. E quest’anno, solo a guardare i titoli, il percorso sembra costruito proprio così: tra riscoperte, revisioni critiche e opere che hanno avuto vite difficili, a volte perfino laterali.
I restauri italiani: da Tinto Brass a Vancini
La pattuglia italiana si apre con Col cuore in gola di Tinto Brass, film del 1967 scelto, dice Barbera, come “omaggio doveroso” a un regista “per troppo tempo frainteso se non addirittura osteggiato”. C’è poi Lo zio di Brooklyn di Daniele Ciprì e Franco Maresco, uscito nel 1995 e rimasto a lungo ai margini dopo quella che il direttore definisce una “uscita quasi clandestina”: il restauro, in questo caso, ha anche il sapore di una rimessa in circolo. Nello stesso gruppo figurano Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, che Barbera invita a “un’attenta rivalutazione”, Viaggio in Italia di Roberto Rossellini, oggi considerato un capolavoro dopo l’iniziale freddezza della critica, e La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, opera prima del 1960 che molti continuano a indicare come il suo film più compiuto. Una selezione, questa, che mette insieme autori diversissimi e però legati da un filo comune: il tempo, che a volte corregge giudizi frettolosi e, altre volte, restituisce semplicemente visibilità.
Da Lubitsch a Cassavetes, i classici internazionali in anteprima
Tra i titoli internazionali spicca Vogliamo vivere! di Ernst Lubitsch, film del 1942 che Barbera definisce senza giri di parole un capolavoro, capace di usare Shakespeare nel pieno della Seconda guerra mondiale per costruire una satira del nazismo ancora affilata. Dagli Stati Uniti arrivano anche I selvaggi di Roger Corman, ricordato come il suo maggior successo commerciale, e Minnie e Moskowitz di John Cassavetes, altro titolo che riporta in primo piano un cinema irregolare, libero, quasi spigoloso. C’è poi Cenere e diamanti di Andrej Wajda, film del 1958 più volte inserito da Martin Scorsese tra i suoi preferiti, nonostante le critiche ricevute all’epoca dal regime comunista polacco. Nel programma trovano spazio anche Cul de sac di Roman Polanski, La ragazza senza storia di Alexander Kluge — autore scomparso pochi mesi fa e vincitore del suo primo Leone d’Argento proprio a Venezia nel 1966 — e ancora Fantasie di una tredicenne del cecoslovacco Jaromil Jireš, L’illusione viaggia in tranvai di Luis Buñuel e l’argentino Los de la mesa 10 di Simón Feldman, considerato tra i film più rappresentativi della cosiddetta nouvelle vague argentina degli anni Sessanta.
Asia, Africa e nuove geografie del restauro
Il cartellone allarga poi lo sguardo ad altre cinematografie spesso meno presenti nei circuiti più visibili, ma centrali nella storia del cinema. Dal Giappone arriva The Catch di Shinji Sōmai; dall’India, l’opera prima English, August di Dev Benegal, datata 1993; dalla Cina, Poliziotto di quartiere di Ning Ying, secondo capitolo della sua trilogia pechinese. C’è anche The Story of Woo Viet di Ann Hui, film del 1981 e una delle prime opere politiche di Hong Kong, mentre a chiudere il gruppo compare Gli occhi azzurri di Yonta di Flora Gomes, regista della Guinea-Bissau. In controluce si vede bene la direzione del festival: non soltanto i grandi nomi del canone europeo e americano, ma una mappa più larga del patrimonio cinematografico mondiale, dove il restauro diventa anche uno strumento di accesso, talvolta di scoperta.
La giuria studenti e il Premio Venezia Classici
A presiedere la Giuria di studenti di cinema, che per il tredicesimo anno assegnerà il Premio Venezia Classici per il miglior film restaurato, sarà il regista e sceneggiatore Daniele Vicari. È un dettaglio che pesa, perché conferma il legame tra la sezione e le nuove generazioni di spettatori e autori: i restauri, in fondo, non vengono proiettati per celebrare il passato in astratto, ma per essere guardati adesso, qui, in sala. E forse è proprio questo il punto della selezione 2026 annunciata da Barbera: rimettere in circolo opere che hanno ancora qualcosa da dire, magari a un pubblico che non le ha mai incontrate, o le ha solo sentite nominare. Al Lido, a settembre, si ripartirà anche da lì.



