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Life science, a Roma il confronto sul futuro tra accesso e competitività

Tavolo di conferenza con relatori in abiti formali, microfoni e documenti su ricerca e sanità Un panel in sala riunioni discute politiche sanitarie e innovazione nelle life science, tra accesso alle cure e competitività.

Nella Sala Igea della Treccani, a Roma, è stato presentato il volume “Il sistema delle life science nel nuovo scenario globale”, promosso da Healthcare Policy e Formiche con il contributo non condizionante di Angelini Pharma e Bristol Myers Squibb: un confronto, andato in scena nelle ultime ore, tra istituzioni, accademia, clinici e industria sul posto che le life science possono occupare nella competizione internazionale, tra prezzi dei farmaci, ricerca clinica, accesso alle cure e tenuta del Servizio sanitario nazionale. Il punto, hanno ripetuto più relatori, è semplice solo in apparenza: il farmaco non è più letto soltanto come costo, ma come una leva di politica industriale, di salute pubblica e perfino di sicurezza economica.

Life science, il nodo strategico tra sanità e industria

Al centro dell’incontro c’è stata la nuova geografia della competizione globale. A pesare, secondo i partecipanti, sono le tensioni geopolitiche, la ridefinizione delle catene del valore e anche le nuove spinte statunitensi sul pricing farmaceutico, richiamate più volte con il riferimento al principio della Most favored nation (Mfn). In questo quadro, il volume presentato a Roma raccoglie contributi di esponenti del mondo accademico, istituzionale e industriale e prova a spostare il discorso: non più soltanto spesa sanitaria, ma capacità di un Paese di trattenere investimenti, produrre innovazione terapeutica e offrire regole affidabili. Eppure, è proprio qui che si misura il ritardo europeo.

Tra gli interventi, quelli di Renato Loiero, consigliere economico della presidente del Consiglio, di Nicola Bonaccini, capo della segreteria tecnica del ministro della Salute, di Gian Antonio Girelli e Ylenja Lucaselli, parlamentari delle commissioni competenti, oltre a Davide Bergami di Sace. Le conclusioni sono state affidate a Francesco Saverio Mennini, oggi alla guida del Dipartimento della programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del Ssn presso il ministero della Salute. Un parterre ampio, insomma. E non casuale.

I dati: ricerca, investimenti e tempi di accesso ai farmaci

Nel dibattito sono emersi numeri che fotografano il problema. Roberto Scrivo, Chief External Affairs, Communications & Sustainability Officer di Angelini Pharma, ha spiegato che il divario negli investimenti in ricerca tra Unione europea e Stati Uniti è passato “da 2 a 25 miliardi di euro in vent’anni”, mentre i pazienti europei aspettano in media 597 giorni per accedere alle terapie innovative; in Italia l’attesa media è di 441 giorni. Dati che, letti insieme, raccontano un sistema capace di produrre qualità scientifica ma ancora lento nel trasferirla al letto del paziente.

Secondo Carlo Altomonte, professore di Economics alla Bocconi, “la questione posta dalla Mfn va oltre il dibattito sui prezzi dei farmaci” e rimanda piuttosto al ruolo che Europa e Italia intendono avere nella nuova fase della globalizzazione. In un’economia della conoscenza, ha osservato, la competitività non si costruisce comprimendo i margini dell’innovazione, ma creando condizioni favorevoli all’investimento. Sulla stessa linea Cesare Pozzi, docente di Economia industriale alla Luiss, che ha definito il settore life science una delle direttrici su cui impostare una politica industriale di lungo periodo. Solo allora, ha lasciato intendere, il vantaggio manifatturiero italiano potrà tradursi in peso strategico.

Le richieste dell’industria e il ruolo della ricerca clinica

Dal lato delle imprese, il messaggio è stato netto. Regina Vasiliou, Vice President e General Manager di Bristol Myers Squibb Italia, ha sostenuto che il principio Mfn impone di ripensare il rapporto tra innovazione, sostenibilità e competitività, chiedendo più investimenti nella ricerca farmaceutica, il superamento del payback e un sistema “più integrato e snello”, capace di ridurre frammentazioni e barriere procedurali. In altre parole: meno passaggi, tempi più certi, riconoscimento pieno del valore delle nuove cure.

Un punto, questo, ripreso anche da Francesco Cognetti, presidente di Foce e coordinatore del Forum delle Società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari italiani. La Most favored nation, ha detto, “non pone solo un tema di prezzi”, ma investe la capacità del Paese di restare attrattivo nella ricerca clinica, accelerare i trial e garantire ai pazienti un accesso precoce all’innovazione. Salvaguardare questo ecosistema, ha aggiunto, significa difendere insieme la qualità delle cure e la competitività del Paese. Un passaggio accolto con attenzione in sala, poco dopo le 11, quando il confronto è entrato nel vivo.

L’Italia tra punti di forza e cambio di passo necessario

Dal confronto è emersa una richiesta comune: un cambio di passo nella governance farmaceutica, tanto a livello nazionale quanto europeo. Per i relatori non basta avere una manifattura farmaceutica avanzata, competenze cliniche riconosciute e una rete di ospedali e centri di ricerca di buon livello; servono anche regole prevedibili, tempi rapidi, infrastrutture adeguate, uso più efficace dei dati sanitari e modelli di accesso coerenti con il valore dell’innovazione terapeutica. Il rischio, altrimenti, è che la qualità resti tale ma si sposti altrove la fase che conta di più: quella degli investimenti.

Il volume propone alcune direttrici precise, pur senza trasformarsi in un manifesto rigido: accelerare l’accesso alle terapie innovative, rendere più stabile il quadro regolatorio, superare le disuguaglianze territoriali, valorizzare la ricerca clinica e costruire strumenti capaci di misurare il valore complessivo dell’innovazione, inclusi costi evitati e outcome di salute. In chiusura, Ilaria Donatio, direttrice di Healthcare Policy, ha osservato che le life science sono ormai uno dei luoghi in cui si misura la capacità di un Paese di stare dentro le trasformazioni del presente. La Mfn, ha spiegato, è un segnale politico e industriale da non leggere come episodio temporaneo o semplice questione di prezzi: riguarda, più in profondità, dove si farà ricerca, dove si localizzeranno gli investimenti e dove nasceranno le cure del futuro.

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