Arte e cultura

Europa e Cina: la sfida di un mondo finalmente adulto

Bandiere di Ue e Cina su un tavolo di riunione, con documenti, mappa del mondo e modellino di turbina eolica Un incontro di lavoro tra delegazioni europee e cinesi, tra dossier e dati, richiama il tema del dialogo e dell’autonomia strategica.

Carlo Rovelli, in un intervento pubblicato il 19 febbraio 2026 in vista di un viaggio in Cina, ha messo in fila tre riflessioni sul rapporto fra Europa, Pechino e Stati Uniti, sostenendo che il continente dovrebbe leggere con più autonomia i cambiamenti in corso. Il fisico italiano, che ha spiegato di prepararsi a incontrare colleghi e intellettuali cinesi, parte da un punto preciso: il crescente disallineamento tra Europa e Usa e, al tempo stesso, la presenza di diversi terreni di contatto fra Unione europea e Cina su istituzioni internazionali, clima, commercio e regole globali.

Europa-Cina, i punti di contatto secondo Rovelli

Nel suo ragionamento, Rovelli osserva che Europa e Cina continuano a richiamarsi alla Carta dell’Onu, al ruolo delle Nazioni Unite, della Corte internazionale di giustizia, dell’Oms e dell’Unesco, mentre gli Stati Uniti, scrive, mostrano una distanza crescente verso queste sedi multilaterali. Il fisico cita anche la crisi climatica, gli investimenti nella green economy, nelle auto elettriche e nelle energie alternative, indicandoli come un altro terreno su cui Bruxelles e Pechino, pur con differenze profonde, parlano oggi un linguaggio più simile di quanto non accada con Washington.

Nello stesso passaggio, l’autore richiama il tema del libero commercio e quello del controllo pubblico sull’intelligenza artificiale. Da una parte, dice, Europa e Cina vedono nella circolazione delle merci un fattore utile; dall’altra, rileva che gli Usa spingono su dazi e logiche di decoupling. Sull’AI il confronto, nel suo testo, è ancora più netto: Rovelli contrappone modelli basati su trasparenza e regolazione a un’impostazione, quella americana, più affidata ai privati.

Il nodo politico: il comunismo cinese e il consenso interno

La seconda riflessione riguarda la natura del sistema cinese. La Cina, ricorda Rovelli, è guidata dal Partito comunista cinese, che ha mantenuto un controllo saldo sul Paese anche mentre l’economia si apriva alla libera iniziativa, alla concorrenza e all’accumulazione di capitale. L’idea, molto diffusa in passato, che lo sviluppo economico avrebbe accompagnato una transizione automatica verso una democrazia liberale, secondo l’autore non si è realizzata; anzi, il successo economico avrebbe rafforzato il partito, non indebolito.

Nel testo si parla di un modello diverso da quello sovietico, nato con il passaggio da Mao a Deng Xiaoping e fondato su una miscela di mercato e direzione politica centrale. Rovelli sostiene che questo assetto abbia consentito, almeno secondo la narrativa cinese e secondo dati spesso richiamati da Pechino, di aumentare istruzione, sanità e riduzione della povertà. Qui, però, il punto resta politico: il consenso, scrive, viene rivendicato dal partito come fonte di legittimazione, mentre elezioni pluraliste e stampa privata vengono considerate esposte al peso delle oligarchie economiche.

Le differenze con l’Occidente e il rifiuto dello scontro ideologico

Rovelli non attenua le distanze. La più evidente, nota, riguarda i valori liberali: libertà di parola, libertà di stampa, democrazia elettorale. Sono differenze reali, dice, e maggiori di quelle che spesso si tende a presentare nel dibattito pubblico. Eppure, aggiunge, leggere il rapporto tra Occidente e Cina come una sfida in cui uno dei due sistemi debba imporsi sull’altro sarebbe una semplificazione, quasi una scorciatoia.

La questione concreta, nel suo giudizio, non è capire se la Cina diventerà una democrazia liberale o se l’Europa debba temere un contagio comunista. È, piuttosto, trovare un modo per convivere nella diversità, su un pianeta segnato da interessi differenti e modelli politici lontani. In quel punto Rovelli inserisce anche una valutazione personale: la Cina, scrive, avrebbe da imparare dall’utilità della critica pubblica; ma anche le democrazie liberali potrebbero trarre qualcosa dalla capacità cinese di pianificare nel lungo periodo, spesso resa più difficile, in Europa, dai tempi stretti dei cicli elettorali.

L’Europa adulta, tra autonomia strategica e rapporti con Pechino

Nell’ultima parte del suo intervento, il fisico lega il tema cinese alla crisi dell’ordine internazionale e al riposizionamento americano. Gli Stati Uniti, scrive, sembrano meno disposti a farsi carico della stabilità mondiale, pur continuando a rivendicare una tutela dei propri interessi in chiave America First. Da qui l’invito all’Europa a non muoversi come “un adolescente spaventato”, immagine usata da Rovelli per criticare una risposta fondata soprattutto su riarmo, contrapposizione e nuove logiche da guerra fredda.

Per l’autore, la strada dovrebbe essere un’altra: rafforzare la legalità internazionale, il ruolo dell’Onu, la collaborazione e i rapporti economici con i grandi attori globali, inclusa Pechino. Rovelli cita gli accordi recenti dell’Unione con India e Sud America come segnali utili, mentre guarda con più freddezza alle esitazioni europee sull’intesa per le auto elettriche cinesi. Il messaggio finale è politico, ma anche culturale: l’Europa, sostiene, resta “spersa e frantumata”, eppure può ancora scegliere di diventare adulta se saprà agire da soggetto autonomo, dialogando con la Cina e con il resto del mondo senza rifugiarsi, ancora una volta, nello schema del noi contro loro.

Change privacy settings
×