Non sorprende che Antonio Gramsci continui a essere citato da politici, storici e commentatori di orientamenti anche lontanissimi tra loro: in un articolo pubblicato dal Guardian il 14 febbraio 2026, firmato da Philip Oltermann, il nodo però è un altro, e riguarda una formula diventata quasi proverbiale — “è il tempo dei mostri” — attribuita al pensatore sardo pur non comparendo, almeno in questi termini, nei suoi testi. Il punto interessa la storia delle idee, ma anche il linguaggio pubblico di oggi: chi richiama Gramsci lo fa per descrivere fasi di crisi politica, di sfiducia verso le classi dirigenti e di avanzata di pulsioni autoritarie. Eppure, proprio lì, la citazione si inceppa.
La frase dei “mostri” e l’errore che si ripete
Secondo il quotidiano britannico The Guardian, la formula sui “mostri” è stata rilanciata in tempi recenti da figure molto diverse tra loro, dal primo ministro belga Bart De Wever alla deputata britannica Zarah Sultana, fino al governatore della banca centrale irlandese Gabriel Makhlouf e allo storico olandese Rutger Bregman. Tutti, in modi differenti, hanno evocato un clima segnato da instabilità, forza del denaro, impoverimento del dibattito democratico. Solo che la frase, così come viene ripetuta, non è di Gramsci. O meglio: rimanda a un suo passaggio celebre, ma lo modifica, lo semplifica, lo rende più tagliente e quindi più spendibile nello spazio pubblico, dove una battuta netta spesso conta più della precisione filologica.
Che cosa scrisse davvero Gramsci nei Quaderni del carcere
Il riferimento corretto è nei Quaderni del carcere, scritti durante la lunga detenzione sotto il fascismo, e suona così: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. È questa la formula autentica, non quella dei “mostri”. Gramsci descriveva la fase apertasi in Europa dopo la Prima guerra mondiale, quando le vecchie classi dirigenti apparivano logorate e, allo stesso tempo, le masse popolari non riuscivano a tradurre le proprie domande in un nuovo equilibrio politico. In quel vuoto — e il termine interregno non è casuale — potevano emergere esiti patologici, appunto i “fenomeni morbosi”, che in Italia avevano già preso la forma dell’ascesa di Benito Mussolini. C’era anche un motivo pratico, quasi materiale, per quella scrittura allusiva: Gramsci era in carcere, sorvegliato, e il suo linguaggio non poteva essere del tutto scoperto.
Perché Gramsci viene ancora usato per leggere il presente
Che oggi quella riflessione venga richiamata davanti a derive populiste o a nuove forme di autoritarismo non è, di per sé, arbitrario. Gramsci ragionava infatti di una “crisi di autorità”, cioè del momento in cui il ceto dirigente perde credibilità agli occhi dei governati e l’ordine esistente non convince più nessuno, nemmeno chi dovrebbe difenderlo. È qui che il pensatore sardo torna utile, anche fuori dal perimetro della sinistra: le sue pagine consentono letture ampie, talvolta contrastanti, proprio perché nate in un linguaggio denso, obliquo, non chiuso. Eppure la differenza resta decisiva. Parlare di “fenomeni morbosi” significa descrivere un processo storico, ambiguo, non una galleria di figure mostruose pronta per il titolo di un comizio o per un post sui social. La forza di Gramsci, semmai, sta in questa capacità di nominare la transizione senza ridurla a slogan.
Il lascito politico e culturale del pensatore sardo
Arrestato l’8 novembre 1926, Gramsci rimase in carcere fino agli ultimi giorni del 1933; poi, per le sue condizioni di salute, fu trasferito prima a Formia e poi a Roma, dove morì il 27 aprile 1937, a 46 anni. In prigione rifletté sulla sconfitta del movimento operaio sotto il fascismo, ma andò oltre la contingenza italiana: da lì nacquero concetti che hanno avuto una circolazione mondiale, primo fra tutti quello di egemonia. L’idea, in sintesi concreta, era che in Occidente il potere non si conquistasse soltanto con la forza, come nella Rivoluzione russa, ma anche attraverso la società civile, la cultura, la scuola, i giornali, quelle che chiamava le “casematte” del dominio borghese. È anche per questo che Gramsci viene studiato dalla sinistra internazionale e, non di rado, osservato con interesse da pensatori di destra, come il francese Alain de Benoist, che in quella strategia metapolitica ha intravisto uno schema riutilizzabile in senso opposto. Il risultato è paradossale, ma solo in apparenza: Gramsci continua a parlare a molti perché ha descritto il rapporto tra potere, consenso e cultura meglio di quasi tutti gli autori del Novecento. A patto, però, di citarlo bene.
