Arte e cultura

Non è la televisione, siamo noi: Aldo Grasso racconta l’Italia attraverso lo schermo

Uomo anziano di spalle guarda la TV; sul tavolo telecomando, taccuino con appunti, occhiali e smartphone acceso Un osservatore davanti alla TV, con smartphone e appunti sul tavolo: l’attenzione che scivola dallo schermo ai dispositivi.

MILANO, 2 marzo 2026Aldo Grasso torna in libreria martedì 3 marzo con “Cara televisione”, saggio pubblicato da Raffaello Cortina in cui il critico racconta, attraverso trentasei anni di osservazione dello schermo, come siano cambiati televisione, social network e abitudini collettive, fino a farne il ritratto di un Paese che nel frattempo ha smesso di guardarsi allo specchio e ha iniziato, piuttosto, a riflettersi nei dispositivi.

Aldo Grasso, il nuovo libro “Cara televisione”

In “Cara televisione”, Grasso riparte dal terreno che conosce meglio — la critica televisiva quotidiana, costruita sera dopo sera — ma lo allarga subito. Non c’è soltanto la tv, infatti, e questo si capisce già dalle prime pagine: il libro attraversa gli albori del piccolo schermo, i grandi varietà, i talk, Sanremo, le telecronache sportive, fino ai social e all’intelligenza artificiale, come se il filo fosse uno solo e solo allora diventasse chiaro. “Nel momento in cui scrivo, sono trentasei anni che ogni sera guardo la televisione”, annota l’autore, aggiungendo di redigere ogni mattina la sua rubrica e di confrontarsi ogni giorno con quella “Lei” scritta con la maiuscola. È un attacco insieme ironico e serio, quasi una dichiarazione di metodo. Eppure, dentro quella fedeltà al mezzo, si sente già lo spostamento: la televisione non basta più a spiegare se stessa, perché il mondo che le stava attorno — pubblico, linguaggio, autorità — nel frattempo si è sfilacciato.

Dalla televisione ai social, il ritratto di una società

Il punto centrale del saggio, almeno per come emerge dai passaggi più netti, è che la rivoluzione tecnologica ha migliorato molte pratiche quotidiane ma, nello stesso tempo, ha alleggerito troppo il peso della ricerca, del dubbio, della verifica. Grasso lo scrive in modo asciutto, senza compiacimento, e la formula resta addosso: la tecnologia, sostiene, non è più soltanto una prova di evoluzione, ma rischia di diventare “una maschera del nostro declino”. Nel libro affiora così una critica alla presunzione di sapere che domina l’ecosistema digitale, dove l’abbondanza di informazioni produce spesso l’effetto opposto, cioè pressapochismo, arroganza, intolleranza. In quel flusso continuo, osserva il critico, tutti parlano e quasi nessuno ascolta; la verità si perde, o forse smette proprio di interessare. È uno dei passaggi più riconoscibili di “Cara televisione”: la tv resta il punto di partenza, ma il bersaglio si allarga fino a comprendere la sbornia comunicativa contemporanea, quella che trasforma ogni profilo in un piccolo palco e ogni opinione in una gara a prevalere.

Le citazioni, i personaggi e il filo della memoria

Dentro questo quadro, Grasso mette insieme riferimenti lontani e vicini con una libertà che è anche il pregio del libro. Ci sono Umberto Eco e Maria De Filippi, ci sono “Guerra e pace” e “Uomini e Donne”, il Quartetto Cetra e Cristiano Malgioglio: accostamenti che, sulla carta, potrebbero sembrare provocatori, ma nelle sue pagine servono a mostrare una continuità meno visibile. La suscettibilità dei personaggi pubblici, per esempio, non nasce con i social. Grasso ricorda una canzone del Quartetto Cetra del 1964, scritta in risposta ai critici, e la affianca a “Grasso che cola”, il brano che Malgioglio gli dedicò mezzo secolo dopo. Cambiano i mezzi, cambiano i contesti, però l’ego resta lo stesso, appena traslocato: prima il palcoscenico, poi il cinema, poi la tv domestica, oggi il profilo personale. È qui che il libro funziona meglio, perché evita la nostalgia facile. Non dice che prima fosse meglio, semmai mostra che i nostri vizi sono rimasti identici, solo più esposti, più rapidi, più rumorosi.

Un saggio che parla di noi, non solo dello schermo

Alla fine, “Cara televisione” si legge come un saggio culturale, certo, ma anche come una specie di autobiografia collettiva. Grasso non usa il tono del professore che impartisce lezioni dall’alto; osserva, collega, punge quando serve. Senza superiorità, ma nemmeno con indulgenza. Il risultato è un libro che interessa non solo a chi segue la televisione italiana, ma anche a chi prova a capire dove si sia spostato il nostro modo di stare insieme, di discutere, di credere a qualcosa. In libreria da martedì 3 marzo per Raffaello Cortina, il volume arriva in un momento in cui il confine tra schermo televisivo, piattaforme e spazi digitali è quasi del tutto saltato. E allora il titolo, apparentemente affettuoso, suona anche come una formula di congedo e di ritorno: parlare alla tv, oggi, significa ancora parlare di noi. Con tutte le nostre esitazioni, le vanità, le paure. E con quel bisogno, mai risolto, di trovare un punto fermo mentre il paesaggio cambia.

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