A Palermo, nei giardini del Teatro Massimo, è arrivata fino all’8 marzo Extinction, il progetto dell’artista milanese Max Papeschi, che attraverso un “esercito impossibile” di 47 statue monumentali prova a mettere in scena un rifiuto netto della guerra e della sua rappresentazione. L’installazione, dopo le tappe di Parigi, Milano e Matera, porta in città Zwergen Dämmerung (Il crepuscolo dei nani): corpi ispirati ai guerrieri di terracotta di Xi’an, ma con le teste dei nani da giardino, in un cortocircuito visivo che l’autore definisce, non a caso, “un ossimoro”.
Extinction a Palermo, i nani guerrieri nei giardini del Teatro Massimo
Nel cuore del centro storico, tra i viali esterni del Teatro Massimo, il pubblico si trova davanti a una teoria di figure ibride, immobili eppure quasi ironiche, pensate da Max Papeschi per incrinare l’immaginario classico della forza militare. “Il mio esercito di terracotta arriva da una realtà parallela”, ha detto l’artista, “è la ricostruzione fatta dagli alieni dei nostri umani, perennemente in guerra”; solo allora l’immagine si chiarisce davvero, perché lo gnometto kitsch, “stupidino, simpatico”, finisce nel corpo di un guerriero che, per costituzione, “porta la morte”.
L’allestimento è stato studiato dall’architetto Giovanni Musica dello studio MGAlab, con una disposizione che punta a far dialogare le statue con lo spazio aperto dei giardini, senza sovraccaricarlo. Le opere esposte al Massimo appartengono ad ArTI, mentre la tappa palermitana si inserisce in un percorso già avviato in altre città, ma qui trova una cornice particolare: teatro, passeggio urbano, turisti, famiglie, curiosi che si fermano e leggono.
Il progetto di Max Papeschi tra arte, provocazione e distopia
Alla base di Extinction c’è una provocazione narrativa semplice e, proprio per questo, incisiva: in un futuro prossimo la specie umana si è estinta e una civiltà extraterrestre tenta di ricostruirne la storia attraverso frammenti digitali distorti. È da questa premessa che Papeschi costruisce un racconto per immagini in cui la memoria dell’uomo appare deformata, incompleta, quasi caricaturale; eppure, in quel difetto, resta leggibile un dato preciso, cioè la persistenza della violenza.
Il progetto è curato da Stefania Morici e Antonio Calbi ed è prodotto da Arteventi, con il sostegno della Fondazione Pietro Barbaro, il supporto del Comune di Palermo e della Fondazione lirica, in collaborazione con la Settimana delle Culture. C’è anche una continuità con il gemellaggio con l’Istituto italiano di Cultura di Parigi, dettaglio che lega la tappa siciliana a una traiettoria internazionale già definita, senza però snaturarne il carattere locale.
Full Metal Karma alla Fondazione Barbaro e il secondo intervento in città
Il progetto palermitano non si esaurisce nei giardini del Massimo. Alla Fondazione Barbaro, negli spazi di Palazzo Trinacria, è ospitata infatti Full Metal Karma, un’altra installazione di Max Papeschi che nasce dalla fusione simbolica tra Buddha e Napoleone Bonaparte: il primo come emblema della pace interiore e dell’illuminazione spirituale, il secondo come figura del potere, dell’azione e dell’Illuminismo.
L’accostamento è voluto, quasi brusco. Da una parte la sospensione, dall’altra la conquista; da una parte il raccoglimento, dall’altra la storia che avanza per forza. Papeschi lavora proprio su questa frizione, ha spiegato il progetto curatoriale, per mostrare come gli opposti — pace e dominio, meditazione e guerra, equilibrio e ambizione — continuino a convivere dentro la cultura contemporanea, spesso senza essere riconosciuti fino in fondo.
Le frasi di Orwell sui cartelloni pubblicitari di Palermo
Il terzo intervento diffuso in città passa invece dai cartelloni pubblicitari e si intitola 2 + 2 = 5, realizzato in collaborazione con Alessi. Nei luoghi pubblici di Palermo compaiono così frasi tratte da 1984 di George Orwell, trasformate in slogan che imitano il linguaggio del presente: “La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza”. Letti di corsa, tra traffico e semafori, sembrano quasi messaggi ordinari. Poi qualcosa stona.
È proprio lì che il progetto trova il suo punto. Extinction, nel disegno complessivo, non viene presentato come un evento improvviso ma come un processo lento di erosione culturale e critica, un consumo progressivo del linguaggio, del pensiero e della capacità di riconoscere la manipolazione. Eppure Papeschi non sceglie il tono solenne: preferisce il paradosso, l’immagine spiazzante, perfino una vena di umorismo amaro. A Palermo, tra i nani guerrieri, Buddha-Napoleone e le parole di Orwell, il messaggio arriva così, di traverso ma netto: la guerra non comincia solo sul campo, spesso comincia molto prima, nelle immagini che accettiamo e nelle frasi che smettiamo di discutere.
