Arte e cultura

Boeri lascia una Triennale più forte e internazionale: la sfida per il futuro presidente

Uomo in abito scuro osserva una galleria di design con sedie esposte, lampada e auto d’epoca, sotto una scala a chiocciola Una figura in abito attraversa le sale del museo del design, immagine del passaggio di consegne alla Triennale di Milano.

A Milano, alla Triennale di viale Alemagna, Stefano Boeri ha tracciato il bilancio dei suoi otto anni alla guida della fondazione alla vigilia della doppia inaugurazione di venerdì 6 febbraio 2026 — con Casa Italia per l’avvio dell’Olimpiade e il nuovo allestimento del Museo del Design Italiano — annunciando che il suo mandato da presidente si chiuderà il 28 marzo, “alla scadenza naturale”, con l’auspicio che chi verrà dopo mantenga “la stessa passione” per l’istituzione milanese.

Boeri lascia la Triennale il 28 marzo: “Un luogo forte e internazionale”

Il commiato, nei toni, è rimasto misurato. Boeri, attraversando le sale del rinnovato Museo del Design Italiano, ha parlato di una Triennale “più riconoscibile” rispetto al 2018, quando arrivò alla presidenza, e di un’istituzione che oggi — ha detto — “parla al mondo”. I numeri, in effetti, stanno lì: 190 mostre tra prodotte e coprodotte, tre esposizioni internazionali, 4,6 milioni di visitatori, oltre a una serie di interventi strutturali che hanno accompagnato anni complicati, segnati anche dalla pandemia. “Spero che chiunque arrivi dopo di me, di sinistra, di destra, del settore o no, abbia per questo luogo la nostra stessa passione”, ha spiegato. E poi i ringraziamenti, molto concreti, quasi scanditi uno a uno: il sindaco Beppe Sala, l’ex governatore Roberto Maroni, scomparso nel 2022, il ministero della Cultura, la Camera di Commercio di Milano. Un rammarico, invece, resta: “Non ho avuto il tempo di ricreare l’impluvium”, ha ammesso, riferendosi a quello che definisce il cuore scenografico del Palazzo dell’Arte.

Il bilancio di otto anni tra mostre, teatro e identità culturale

Nel racconto di Boeri c’è un punto che torna più degli altri: l’idea di aver dato alla Triennale un’identità più netta, pur senza tradirne la natura trasversale. “Quando siamo arrivati era tante cose, ma non chiarissime”, ha detto. Solo allora, ha aggiunto, è stato possibile rafforzare il profilo pubblico dell’istituzione e rilanciare settori che per lui sono diventati centrali: arte, moda, antropologia, geopolitica. Il riferimento è alle grandi mostre dedicate, tra gli altri, a Enzo Mari, Gae Aulenti, Alessandro Mendini, Ettore Sottsass, lette non solo come figure del progetto ma come personalità, biografie, caratteri. Quanto alle esposizioni internazionali — Broken Nature nel 2019, Unknown Unknowns nel 2022, Inequalities nel 2025 — Boeri le rivendica come il tentativo di leggere “tempi incerti” con uno sguardo largo. C’è poi il teatro, indicato come uno dei risultati più solidi: “È tornato a essere un’eccellenza”. Nella sua lettura, la Triennale è ormai la “quarta grande istituzione pubblica milanese” accanto a Scala, Piccolo Teatro e Brera. È il punto, ha confidato, di cui va più fiero.

Gli anni del Covid, i conti e i rapporti internazionali

Il passaggio più personale arriva quando il discorso scivola sul Covid. Boeri ricorda la morte di Enzo Mari e, il giorno dopo, quella di Lea Vergine, il 20 ottobre 2020. Poi Giovanni Gastel, nel marzo 2021, “ci siamo ammalati insieme”, ha raccontato, con una frase breve, quasi spezzata. In quel momento il bilancio amministrativo passa in secondo piano, eppure resta parte della storia: durante la pandemia la Triennale inventò i “racconti in diretta” e il Supersalone 2021, edizione speciale del Salone del Mobile, che Boeri ha definito “un’altra follia”. Sul fronte economico il presidente uscente sostiene di aver trovato una situazione difficile e di aver lavorato su budget e riduzione dei costi. “Fondamentale è stato il contributo del ministero, quasi triplicato nei miei otto anni”, ha spiegato, citando gli ex ministri Alberto Bonisoli, Dario Franceschini, Gennaro Sangiuliano e l’attuale ministro Alessandro Giuli. Ha ricordato anche la partnership con la Fondation Cartier, definita “mai vista prima” tra una fondazione pubblica e una privata di due Paesi diversi, e l’arrivo a Milano di artisti come Ron Mueck. Da qui, il tema della reputazione internazionale: le iniziative a Odessa, in Ucraina, e l’installazione sulle vittime di Gaza lungo la scalinata d’onore vengono indicate come passaggi che hanno segnato il profilo pubblico della casa culturale milanese.

Il dopo Boeri, le inchieste e l’idea di un museo unico del design a Milano

Il mandato scade il 28 marzo, mentre le candidature per la successione si chiuderanno a fine febbraio. Il quadro, per ora, è ancora aperto: tra i nomi circolati ci sono Letizia Moratti, Andrée Ruth Shammah, Fabio Novembre, Stefano Baia Curioni, Stefano Zecchi, Michele De Lucchi. Boeri dice che guarderà “dalle retrovie” e si dice contento di staccare dopo “otto anni intensi”, soprattutto l’ultimo. Il riferimento è alle vicende giudiziarie che lo riguardano sul fronte dell’urbanistica milanese: il filone sulla Beic, con udienza preliminare in corso, e quello su Bosconavigli, per cui il processo è fissato il 16 marzo. “Si sta tutto ridimensionando”, ha detto, aggiungendo di sentirsi ottimista nonostante “danni irreversibili” sul piano personale e professionale. Poi due proposte, quasi in chiusura. La prima riguarda il design: secondo Boeri, Milano deve avere un unico museo del design, mettendo in dialogo Triennale, Adi Design Museum e Casva, senza sdoppiamenti. La seconda è più inattesa, ma non secondaria nel suo immaginario: riportare la danza in Triennale, anche con “una lunga serata di valzer inglese nel Salone d’onore” come gesto finale, leggero e simbolico, per salutare questi otto anni.

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