Arte e cultura

Quando l’Italia smise di essere Italia: la svolta che cambiò tutto

Donna anziana davanti a una porta socchiusa, con vecchie chiavi e una foto di famiglia tra le mani Una donna osserva una porta socchiusa con in mano chiavi e foto di famiglia, immagine del ritorno e della memoria dell’esodo.

Il 12 febbraio 2026 alle 18.30, alla Libreria Ubik Spazio Sette di Roma, sarà presentato “Italiani come voi” di Itti Drioli, volume pubblicato da Solferino in occasione del Giorno del Ricordo: una testimonianza che riporta al centro l’esodo giuliano-dalmata, la persecuzione subita da una famiglia italiana di Isola d’Istria nel secondo dopoguerra e il nodo, ancora aperto, di che cosa volesse dire sentirsi italiani quando l’Italia non era più Italia su quella sponda dell’Adriatico.

Un ritorno a Isola d’Istria che non cancella la ferita

Tra i passaggi più netti del libro c’è il ritorno nella casa d’infanzia a Isola d’Istria, oggi in Slovenia, che l’autrice racconta come un confronto mancato con il passato. Itti Drioli, tornata anni dopo con le sorelle nell’abitazione di quella che allora era via Carducci, si trovò davanti una famiglia che non parlava italiano e che le lasciò appena intravedere l’atrio. “Ormai eravamo noi gli usurpatori”, ricorda, in una frase che condensa il rovesciamento vissuto da molti esuli. In quel momento, più che la nostalgia, riemerge l’umiliazione: la memoria della madre insultata, la sensazione di essere diventati estranei nel luogo in cui si era nati e cresciuti.

Il libro muove da qui, da un dettaglio domestico eppure politico, per allargare lo sguardo al destino di oltre 300 mila italiani costretti a lasciare Istria, Fiume e Dalmazia. Sullo sfondo c’è la frattura del confine orientale, con il carico di vendette, epurazioni e ostilità nazionali che seguì la guerra. Drioli non cerca scorciatoie. Racconta, piuttosto, come l’ostilità verso gli italiani colpisse anche chi fascista non era stato affatto.

Il processo a Luigi Drioli e la repressione jugoslava

Al centro della vicenda c’è il padre, Luigi Drioli, figura che il libro ricostruisce come un antifascista e un uomo legato all’idea italiana di quelle terre. Nell’autunno del 1948, a Capodistria, fu processato insieme ad altri imputati in un procedimento che la figlia descrive come una messinscena pubblica, pensata per intimidire. La sede scelta, la chiesa sconsacrata di San Francesco, trasformata prima in palestra e poi in aula giudiziaria, diventa nel racconto un simbolo: altoparlanti in città, pubblico guidato, accuse urlate. “A morte”, gridavano dalla sala, mentre gli slogan contro i presunti “sporchi fascisti” rimbombavano sotto i soffitti alti.

La condanna arrivò: 12 anni e 6 mesi di lavori forzati. Secondo l’accusa, Luigi Drioli era il “capo spirituale di quegli italiani di Isola che non possono adattarsi ai poteri popolari”. La formula restituisce bene il clima di allora. Non si colpiva solo una persona, ma un’identità, una resistenza civile, il rifiuto di aderire al nuovo corso titino. Eppure, nel libro, la repressione entra anche nelle pieghe più minute della vita familiare: il pacco dal carcere con i vestiti sporchi di sangue, le visite raccontate alle bambine come se il padre fosse “in ospedale”, il controllo sul nome stesso delle figlie, con l’ordine all’anagrafe cambiato d’autorità fino a rendere problematico perfino chiamarsi Italia. Da lì, il soprannome: prima Iti, poi Itti.

L’esodo, Trieste e il peso della burocrazia

Quando arrivò la carta di emigrazione, consegnata dal “compagno commissario”, la famiglia dovette lasciare la zona B rinunciando, di fatto, al proprio mondo. L’addio a San Mauro, il trasloco, il pianoforte portato via ma non i quadri e i ricordi di una vita: la cronaca privata si sovrappone al grande esodo. Sono pagine in cui la scrittura resta concreta, quasi trattenuta, e proprio per questo colpisce. Non c’è retorica, semmai il peso dei gesti. E il confine, solo allora, smette di essere una linea sulle carte e diventa una cesura nella lingua, nei documenti, nella percezione di sé.

L’arrivo a Trieste non coincide con una vera accoglienza. Anche questo emerge con chiarezza. I profughi istriani, spiega Drioli, non furono sempre ben visti e dovettero adattarsi perfino nel modo di parlare. “Cosa, no cossa. Sedia, no carega”, si sentì dire. Poi l’altro urto, più burocratico ma non meno duro: dimostrare allo Stato italiano di non essere nati all’estero. “Non sono nata in Jugoslavia, sono nata in Italia, ma adesso non è più Italia”, è una delle frasi che riassumono meglio il paradosso vissuto da un’intera generazione. Identità, cittadinanza, appartenenza: tutto sembrava dover essere spiegato da capo.

La presentazione a Roma e il senso pubblico della memoria

Dopo la scarcerazione, avvenuta – secondo il racconto riportato nel volume – grazie a uno scambio di detenuti tra Giuseppe Pella e Josip Tito, Luigi Drioli cercò di ricominciare senza trasferire sulla famiglia il peso della prigionia. È un altro dei nuclei forti del libro. A Trieste vendeva merceria, poi prendeva la corriera e girava i paesi del Friuli con un borsone. Tornava tardi, la sera, e salutava la figlia recitando Carducci: “Sette paia di scarpe ho consumate”. Il resto del verso, scrive Itti Drioli, lo taceva. Forse per pudore, forse per proteggere i suoi.

La presentazione romana del libro, il 12 febbraio, si inserisce così nel calendario del Giorno del Ricordo con un taglio che tiene insieme memoria familiare e storia nazionale. Alla Ubik Spazio Sette, in via dei Barbieri 7, con l’autrice dialogheranno Giovanna Botteri e Guido Crainz, mentre le letture saranno affidate a Valentina Valsania. Non è soltanto un appuntamento editoriale. È, piuttosto, l’occasione per tornare su una pagina del Novecento italiano che continua a interrogare il presente: il confine, l’esilio, la casa perduta, e quella domanda rimasta sospesa per decenni su tante famiglie dell’Adriatico orientale.

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