Arte e cultura

Il grido dei bambini in guerra: restituiteci il futuro

Quaderno aperto con lettere e disegni, matite colorate e disegno di scuola con fumo, zaino su una sedia Quaderno e disegni su un banco di scuola evocano le lettere dei bambini e il futuro spezzato dalla guerra.

Esce il 19 febbraio per Il Battello a Vapore il libro “Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi”, firmato da Arnoldo Mosca Mondadori, Anna Pozzi e Cristina Castelli, che raccoglie da Gaza, Myanmar, Repubblica democratica del Congo, Ucraina e Sud Sudan testimonianze e disegni di minori segnati dai conflitti, con una presentazione già fissata il 14 febbraio alle 12 all’Università Cattolica di Milano: al centro c’è una domanda semplice, quasi disarmante, rivolta a chi produce armi e a chi decide le guerre, cioè perché il futuro dei bambini debba passare dalla paura.

Un libro che parte dalle voci dei bambini in guerra

In questa guerra abbiamo visto tante cose brutte”, racconta Majed, 11 anni, dalla Striscia di Gaza, in una delle pagine più dure del volume. Le sue parole non girano attorno al punto: parla di fame, di case distrutte, di mesi passati nella paura, di un anno scolastico perso. E poi affonda il colpo: “Chi fabbrica le armi non sente nulla”. Accanto a lui ci sono Laila, Amal, Fayiga, ma anche Aung, Joy, Marcel, Natalia, Vesna, Fatma. Cambiano i Paesi, cambiano le lingue, eppure il lessico resta lo stesso: fuga, solitudine, violenza, armi.

Il libro costruisce il suo racconto su testimonianze reali, con nomi e dettagli talvolta modificati per ragioni di sicurezza, e organizza il materiale in cinque capitoli, uno per ciascuna area di conflitto. Ogni sezione si apre con una mappa e con alcuni elementi essenziali per orientarsi, poi arrivano le lettere, i racconti, i disegni. Non c’è retorica, semmai il contrario. C’è una lingua diretta, da bambini e ragazzi di 8, 10, 12, 15, 18 anni, che prova a dare forma a ciò che spesso forma non ha.

L’idea nata dalla storia di Vito Alfieri Fontana

L’origine del progetto, spiega Arnoldo Mosca Mondadori nel testo introduttivo, nasce da una vicenda precisa, quella di Vito Alfieri Fontana, imprenditore ed ex produttore di mine antiuomo. Un giorno lascia in auto il catalogo dei suoi prodotti; lo trova il figlio, ha 8 anni, fa qualche domanda, poi arriva la frase che cambia tutto: “Insomma, papà, tu sei un assassino?”. È una scena minima, quasi domestica. Solo allora, però, quella domanda diventa una frattura.

Da quel momento Alfieri Fontana riconverte la produzione dell’azienda e iniziň un percorso diverso, fino al volontariato con Intersos nei Balcani, impegnato a rimuovere proprio quelle mine che un tempo produceva. È ascoltando questa storia che Mosca Mondadori matura l’idea di un libro in cui i più piccoli, soprattutto quelli che vivono nei teatri di guerra, possano parlare ai fabbricanti di armi e ai responsabili politici con la loro logica netta, senza filtri. Lo scrittore, racconta il volume, ne parlò anche con Papa Francesco, che lo incoraggiò con un “Avanti”. Da lì il progetto ha preso forma, pagina dopo pagina.

Dalla scuola perduta ai bambini soldato

Le storie raccolte nel libro hanno un tratto comune: il racconto di una normalità cancellata. Prima c’erano la scuola, le feste di compleanno, la famiglia riunita, i giochi. Poi no. “È difficile descrivere come ci si sente quando si è sfollati e si è persa ogni cosa da un giorno all’altro”, dice Ne Ling, 16 anni, Myanmar. In poche righe c’è tutto: la perdita materiale, ma anche quella più difficile da nominare, cioè la sensazione che la vita di prima sia stata strappata via.

In Ucraina, la piccola Natalia ricorda i suoi 5 anni trascorsi non a una festa ma in “una cantina buia e fredda”, mentre cadevano le bombe russe sulla sua città. In Myanmar, Margareth, 14 anni, domanda perché debba studiare “sotto gli alberi e senza un riparo”, senza poter andare a scuola “con dignità”. Più in là, nella Repubblica democratica del Congo, il libro tocca uno dei punti più duri, quello dei bambini soldato. Love, rapita dai guerriglieri, racconta di essere stata portata nella foresta, costretta a combattere e ridotta in schiavitù: “Avevo 14 anni e volevo morire”. Frasi brevi. E pesano più di molte analisi.

La presentazione a Milano e il progetto educativo

L’idea degli autori, spiegano le pagine finali, non è fermarsi alla pubblicazione. Il volume vorrebbe arrivare anche ai consigli di amministrazione delle aziende produttrici di armi, perché quelle voci vengano ascoltate pure lì, nei luoghi dove si decide e si investe. Eppure il progetto guarda anche alle scuole, agli insegnanti, alle famiglie. L’obiettivo è far nascere, a partire da questo lavoro, un portale capace di raccogliere altre lettere di bambini, non soltanto da zone di guerra ma anche dai contesti di pace.

Il libro, dunque, si propone come uno strumento di lettura e confronto, con storie, mappe, disegni e materiali utili per affrontare in classe i temi della guerra, della responsabilità e del diritto all’infanzia. A chiudere idealmente il percorso è la frase di Julia, 12 anni, Sud Sudan: “Noi vogliamo la pace. Non vogliamo altri problemi. Vogliamo un futuro”. La presentazione pubblica è in programma venerdì 14 febbraio alle 12 all’Università Cattolica di Milano. Dopo i saluti del rettore Elena Beccalli e l’introduzione del cardinale José Tolentino de Mendonça, gli autori dialogheranno con don Paolo Alliata; modera Giangiacomo Schiavi. Il volume conta 160 pagine e costa 14,50 euro.

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