Arte e cultura

Addio a Cees Nooteboom, lo scrittore viaggiatore che ha raccontato il Novecento

Tavolo di legno con taccuino aperto, occhiali, penna e mappa d’Europa; sullo sfondo un uomo di spalle guarda il mare Un tavolo di lavoro con appunti e una mappa d’Europa, con il mare sullo sfondo: un’immagine che richiama scrittura, viaggio e memoria.

Cees Nooteboom è morto il 12 febbraio 2026 a Minorca, nelle Baleari, all’età di 92 anni: lo scrittore, poeta, saggista e autore di letteratura di viaggio olandese, nato all’Aia il 31 luglio 1933, lascia un’opera tradotta in circa trenta lingue e una traiettoria letteraria che ha attraversato il Novecento europeo e i suoi conflitti. Per anni indicato tra i possibili candidati al Premio Nobel, Nooteboom ha raccontato guerre, frontiere, città e memorie personali con una scrittura mobile, inquieta, capace di stare insieme nel romanzo e nel verso, nel reportage e nella riflessione.

Una vita segnata presto dalla guerra

Da bambino, Cees Nooteboom vide da vicino i bombardamenti tedeschi durante l’invasione dei Paesi Bassi; aveva appena sei anni. Poco dopo arrivò un altro trauma, più intimo: il padre lasciò la famiglia durante la guerra e morì sotto un bombardamento nel 1945, un’assenza che sarebbe rimasta, in forme diverse, dentro molti suoi libri. La madre si risposò con un uomo di forte educazione cattolica e così il giovane Nooteboom passò da un istituto religioso all’altro; per un periodo, ha raccontato lui stesso, pensò perfino ai voti. Gli piacevano i conventi, il silenzio, quella disciplina un po’ fuori dal tempo. Eppure la strada prese un’altra piega.

All’università non si iscrisse. Preferì lavorare in banca, ma durò poco: “Sono un’anima inquieta”, aveva confidato nel 2019 a Milano, ospite del Corriere della Sera per la festa de la Lettura. Solo allora, o forse già prima, divenne chiaro che il movimento sarebbe stato il suo vero apprendistato. L’Europa attraversata in autostop, la Francia, la Scandinavia, le stazioni, i traghetti, i taccuini. Da quelle peregrinazioni nacque il primo romanzo, Philip e gli altri, uscito nel 1955 quando aveva appena 22 anni: un esordio precoce, letto da molti come testo anticipatore della Beat Generation, e premiato con il riconoscimento intitolato ad Anne Frank.

Romanzi, poesia e il successo internazionale

Se la narrativa lo impose all’attenzione dei lettori, la poesia restò il suo centro più profondo. Già nel 1956 pubblicò la raccolta I morti cercano casa, titolo che dice molto della sua sensibilità: il rapporto con la morte, con ciò che resta e con ciò che manca, torna spesso nella sua opera. “La poesia offre qualcosa che va oltre le vite di ciascuno”, aveva spiegato in un’intervista, “parte da un punto molto personale e arriva all’universale”. Una definizione semplice, quasi spoglia. Ma precisa.

La consacrazione internazionale arrivò nel 1980 con Rituali, il romanzo che aprì davvero a Nooteboom il pubblico fuori dall’Olanda. In Italia l’approdo fu più tardo e passò soprattutto attraverso Iperborea e il lavoro del traduttore Fulvio Ferrari: tra i primi titoli pubblicati ci fu Il canto dell’essere e dell’apparire, comparso nel 1991, seguito poi da romanzi, raccolte poetiche e libri di viaggio. La sua prosa, hanno osservato negli anni critici e traduttori, riusciva a spostarsi con naturalezza tra tempi e luoghi diversi, senza irrigidirsi mai. Scorrevole, sì, ma mai facile.

Il viaggiatore che ha raccontato il secolo

Pochi autori europei del secondo Novecento hanno tenuto insieme, con la stessa continuità, scrittura e viaggio. Nel 1956, poco più che ventenne, Nooteboom raccontò l’intervento sovietico a Budapest; nel 1968 seguì il maggio parigino; nel 1989 si trovava a Berlino per la caduta del Muro. Aveva il passo del testimone curioso, non dell’ideologo. Guardava, annotava, spesso tornava sui luoghi. E in quel modo finiva per raccontare anche le crepe dell’Europa.

Nel 1957 si imbarcò come mozzo su una nave diretta in Sudamerica per amore di Fanny Lichtfeld, figlia del ministro olandese per il Suriname. I due si sposarono a New York nello stesso anno e divorziarono sette anni dopo; più tardi Nooteboom fu legato alla cantante Liesbeth List e quindi alla fotografa Simone Sassen, che lo ha accompagnato anche in progetti editoriali come Tumbas, uscito nel 2007 e pubblicato in Italia nel 2015. È un libro singolare, fatto di visite alle tombe di poeti e pensatori, con fotografie e appunti raccolti nel corso di decenni. Un atlante della memoria, in fondo.

Negli ultimi anni viveva tra Amsterdam e Minorca, ma aveva viaggiato ovunque: Spagna, Giappone, India, Bolivia, Africa. Un’attenzione particolare l’aveva riservata all’Iran, alla Tunisia e più in generale al mondo islamico, al centro del libro Il suono del suo nome. Era convinto che molti conflitti tra Occidente e società musulmane nascessero da una “ignoranza reciproca” difficile da scalfire, ma non impossibile da ridurre.

L’idea d’Europa e l’eredità lasciata ai lettori

Pur senza una formazione accademica, Nooteboom era un appassionato della civiltà classica e delle genealogie culturali europee. L’Europa, diceva, non era soltanto una costruzione politica o economica, ma “un luogo dello spirito, uno spazio dell’anima”. Lo preoccupava, semmai, vederne affievolirsi l’idea comune sotto il peso degli interessi nazionali e delle convenienze immediate. Non amava essere incalzato sulla politica, ha ammesso più volte, eppure finiva spesso per tornarci. Da scrittore, più che da commentatore.

Nei suoi interventi pubblici insisteva su un punto: costruire una società multiculturale richiede ascolto, pazienza, una certa umiltà. “C’è bisogno sia del genio italiano che del pragmatismo tedesco”, aveva detto con una formula rimasta spesso citata. Era il suo modo di opporsi alle chiusure identitarie, senza retorica e senza slogan. Anche durante la pandemia tornò su questi temi, con la raccolta Addio. Poesia al tempo del virus del 2020, dove il tempo del Covid-19 entra nei versi come una sospensione inquieta, quasi una veglia.

Resta così un autore difficilmente classificabile, e forse proprio per questo ancora vivo per i lettori: romanziere, poeta, viaggiatore, osservatore dei confini e dei passaggi. Aveva scritto di aver avuto “mille vite” e di averne presa “una sola”. A guardare il percorso che lascia, tra città, lingue e libri, sembra quasi il contrario.

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