Arte e cultura

Carso 1945, la tragedia degli italiani sepolti negli abissi raccontata nel libro con il Corriere

Uomo anziano di spalle su un molo di pietra, con valigia consunta, davanti al mare e a un borgo sullo sfondo Un uomo con valigie sul molo guarda il mare, immagine simbolica della memoria dell’esodo e delle tragedie del 1945.

Nel Giorno del Ricordo, che si celebra il 10 febbraio, torna al centro il nodo delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e della fine dell’italianità adriatica nel 1945, temi che lo storico Raoul Pupo ricostruisce nel volume “Italianità adriatica. Le origini, il 1945, la catastrofe”, ripubblicato in edicola con il Corriere della Sera per offrire, a ottant’anni dalla guerra, una lettura documentata di una delle pagine più controverse del confine orientale.

Le foibe e il crollo del confine orientale nel 1945

Per gli italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, la primavera tra maggio e giugno 1945 coincise con la fine del conflitto e, insieme, con l’apertura di una nuova ferita. Nel libro, Raoul Pupo descrive quel passaggio come l’ora della fine per una comunità maturata nell’arco di più di un secolo, travolta dalle repressioni dei partigiani jugoslavi di Tito e da un clima di resa dei conti che portò a uccisioni, deportazioni e sparizioni. La parola “foibe”, osserva lo storico, viene spesso usata per indicare l’intera tragedia, ma in realtà coglie solo una parte del fenomeno. Ci furono gli infoibamenti, certo, eppure ci furono anche i campi sloveni e croati, le detenzioni, le epurazioni politiche, i civili scomparsi senza ritorno. In quel momento, e non è un dettaglio, il confine orientale divenne il punto in cui si sovrapposero guerra, nazionalismi, rivoluzione comunista e vendetta.

Le radici del conflitto tra impero, nazionalismi e fascismo

Il merito del saggio, secondo molti studiosi che da anni seguono il tema del confine adriatico, è quello di riportare la vicenda dentro una storia più lunga, meno utile alla propaganda e più vicina ai fatti. Dopo il 1866, ricorda Pupo, le autorità di Vienna favorirono nelle terre adriatiche l’elemento germanico e slavo rispetto a quello italiano, ritenuto meno affidabile verso il potere imperiale; una scelta che irrigidì gli equilibri e alimentò un antagonismo etnico già vivo. Poi arrivò la Prima guerra mondiale, che fece saltare tutto. Con la fine dell’Austria-Ungheria e il passaggio di quei territori all’Italia, il problema diventò politico e quotidiano: convivenza, lingua, scuola, amministrazione. La risposta del fascismo fu l’assimilazione forzata di croati e sloveni entrati nei confini italiani dopo il 1918. Le lingue allogene vennero vietate, i cognomi italianizzati, ogni rivendicazione identitaria compressa anche con la forza. È qui, spiega lo storico, che si forma buona parte del materiale che esploderà nel 1945.

Tito, l’esodo e una lettura che rifiuta le semplificazioni

Nel volume, Pupo evita due scorciatoie che per decenni hanno segnato il dibattito pubblico: quella che riduce tutto allo scontro tra italiani e slavi, e quella che legge ogni cosa soltanto attraverso l’opposizione tra fascismo e antifascismo. La realtà, scrive, fu più ruvida. Il regime di Tito colpì anche italiani antifascisti e uomini della Resistenza, segno che l’obiettivo non era solo cancellare il passato mussoliniano, ma anche consolidare un nuovo potere politico e nazionale. Formalmente gli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia non furono espulsi in massa con un ordine unico e diretto; nei fatti, però, si trovarono davanti a un sistema che li spingeva verso una condizione di minoranza subalterna, dentro uno Stato centralizzato, espropriatore e diffidente. Solo allora maturò la scelta dell’esodo: lasciare case, tombe di famiglia, lavoro, botteghe. Una decisione presa da una parte larghissima della popolazione italiana, non senza esitazioni, spesso tra silenzi e valigie preparate in fretta.

Il Giorno del Ricordo e il libro in edicola con il Corriere

La ricorrenza del 10 febbraio, oggi che Italia, Slovenia e Croazia fanno parte della stessa Unione Europea, resta un passaggio delicato: memoria pubblica, dolore privato, uso politico della storia. Pupo insiste su un punto che nel dibattito ritorna spesso, anche in modo brusco: ricordare non deve servire a riaccendere gli odi, ma nemmeno a ridurre quella tragedia a una parentesi minore o a una memoria di parte. Nel libro parla di un’operazione “doverosa” verso i parenti degli infoibati e verso gli esuli giuliano-dalmati, che per anni — talvolta per decenni — hanno portato il peso della loro esperienza senza trovare ascolto pieno nel discorso nazionale. Il volume, pubblicato da Laterza e riproposto dal Corriere della Sera, sarà disponibile in edicola dal 10 febbraio per un mese al prezzo di 10,90 euro, oltre al costo del quotidiano. Raoul Pupo, nato a Trieste nel 1952 ed ex docente di Storia contemporanea all’Università di Trieste, è considerato tra i maggiori studiosi dell’esodo giuliano-dalmata, delle occupazioni italiane nei Balcani e degli spostamenti forzati di popolazione nel Novecento. Ed è proprio questa competenza, asciutta e documentata, a rendere il libro uno strumento utile per leggere una pagina che continua a pesare sulla memoria italiana.

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