Negli Stati Uniti, tra il 2025 e oggi, l’uso dei farmaci GLP-1 come Ozempic, Wegovy e semaglutide si è intrecciato sempre più spesso con la cura — o, in certi casi, con il peggioramento — dei disturbi alimentari, aprendo un fronte delicato per medici e pazienti: c’è chi li considera un modo per spegnere il cosiddetto “food noise”, il rumore mentale del cibo, e chi invece teme che possano rafforzare comportamenti già fragili. Le storie raccolte negli ultimi mesi, da Costa Mesa in California a Salt Lake City, mostrano proprio questo: sollievo per alcuni, rischio concreto per altri.
GLP-1 e disturbi alimentari, perché il tema divide medici e pazienti
Per Jennifer B., 29 anni, di Costa Mesa, il pensiero del cibo “arriva ogni secondo della giornata”. Ha raccontato di convivere con la bulimia fin dalle scuole medie, tra ricadute e tentativi di ripresa, inclusi episodi di vomito autoindotto che nel tempo possono danneggiare denti ed esofago. Di recente ha iniziato a praticarsi da sola iniezioni settimanali di GLP-1, nella speranza — parole sue — di mettere a tacere quel rumore continuo. A Salt Lake City, anche Julie, 30 anni, nome di fantasia, aveva visto nella semaglutide una possibile via d’uscita dopo anni di anoressia atipica, restrizioni, aumento di peso e conti ossessivi sulle calorie.
Il punto, spiegano gli specialisti, è che questi farmaci imitano un ormone che regola fame e sazietà, rallentano la digestione e inviano al cervello un segnale semplice: basta così, sei pieno. È qui che nasce l’interrogativo. Se il problema è l’abbuffata, possono aiutare; se però il nodo è più profondo — controllo, paura del peso, rituali, punizione — il beneficio rischia di fermarsi alla superficie.
Gli studi su semaglutide e binge eating sono pochi, e con molti limiti
Qualche dato incoraggiante esiste. Uno studio retrospettivo di coorte pubblicato nel 2023 su Obesity Pillars ha osservato una riduzione più marcata dei sintomi da binge eating nei pazienti trattati con semaglutide rispetto a chi assumeva altri farmaci contro l’obesità. Curiosamente, l’associazione tra semaglutide e un secondo farmaco non ha mostrato vantaggi ulteriori. Ma è solo un pezzo del quadro, non il quadro intero.
Una rassegna uscita sull’International Journal of Eating Disorders ha messo in fila i limiti della letteratura disponibile: campioni piccoli, periodi di osservazione brevi, metodi non sempre solidi. E soprattutto, come ricordano gli autori, non ci sono studi specifici sugli effetti di questi farmaci in persone con anoressia o bulimia. Rachelle Heinemann, specialista del New Jersey che conduce il podcast Understanding Disordered Eating, ha riconosciuto che una piccola quota di pazienti con binge eating e problemi ormonali o di insulino-resistenza potrebbe trarne beneficio. Eppure, ha aggiunto, il rischio è confermare un messaggio culturale già molto presente: essere più magri equivale a stare meglio.
I rischi cambiano da disturbo a disturbo: restrizione, vomito, malnutrizione
È qui che la questione si complica davvero. Nei disturbi restrittivi, come l’anoressia nervosa, un farmaco che riduce l’appetito può aggravare una condizione già esposta a squilibri elettrolitici, malnutrizione e complicanze cardiache. In chi soffre di binge eating disorder, invece, la soppressione dell’appetito può ridurre le abbuffate per un periodo, ma non interviene necessariamente sulle cause emotive che le alimentano. E per chi ha condotte di eliminazione, la nausea e il fastidio gastrico — effetti collaterali noti dei GLP-1 — possono diventare un innesco ulteriore.
Julie lo ha raccontato senza giri di parole: “Ho iniziato a usare semaglutide e Adderall per sopprimere l’appetito in un modo che è diventato molto disordinato”. Ci sono state settimane, ha ammesso, in cui mangiava uno o due pasti completi, e giorni da 300 o 400 calorie appena. Nonostante i complimenti ricevuti dal medico per il calo di peso, gli esami del sangue hanno poi confermato una malnutrizione. Con un’amica nella stessa situazione, ha detto quasi scherzando di avere “lo scorbuto”: caduta dei capelli, stanchezza, dolori, gengive sanguinanti. Scherzi amari, in quel momento.
Prescrizioni facili online e necessità di controlli specialistici
Molti clinici guardano con preoccupazione anche alla facilità con cui questi farmaci si ottengono. Tra telemedicina e piattaforme online per la gestione del peso, una prescrizione può arrivare in tempi rapidissimi, spesso senza una valutazione completa della storia clinica. Kim Dennis, cofondatrice e direttrice sanitaria di SunCloud Health, rete di centri per i disturbi alimentari, ha spiegato che persone con anoressia atipica in corpi più grandi possono ricevere questi farmaci senza alcuno screening specifico. E magari, ha aggiunto, sono già malnutrite pur non apparendo sottopeso.
La stessa Jennifer ha detto di aver ordinato la semaglutide online senza parlarne con il suo medico abituale, anche per passate esperienze negative con professionisti sanitari e disturbi alimentari. Il problema, secondo gli esperti, è anche formativo: molti medici di base hanno poca preparazione su questi quadri e faticano a cogliere i segnali. Resta poi la domanda più scomoda: se il farmaco funziona, per quanto tempo va usato? Heinemann ha avvertito che, una volta sospeso, l’effetto sul sistema della ricompensa può svanire e il ritorno della fame essere difficile da gestire. C’è però anche l’altra faccia, raccontata da Stef, 35 anni, di Oneonta, New York, con una lunga storia di restrizioni, abbuffate e bulimia, poi una diagnosi di diabete e infine Ozempic prescritto dal medico. “Il cambiamento più grande è che il food noise è sparito”, ha confidato. Le voglie, ha detto, si sono attenuate; e con loro perfino un’impulsività legata agli acquisti.
Per chi convive con un disturbo alimentare, la linea resta sottile. Gli specialisti insistono su un punto semplice, ma non facile: dire tutta la verità ai curanti, cercare professionisti che conoscano sia i GLP-1 sia i disturbi del comportamento alimentare, valutare costi, tempi e ricadute psicologiche. Julie lo ha riassunto in modo brutale, quasi secco: bisogna sapersi fermare e dire, sì, “sto usando questo farmaco per alimentare il mio disturbo”. Capirlo, quando ci sei dentro, è un’altra storia.
